
(La dama e l'unicorno)
Ciò che ci obbliga a considerare il mito con un'attenzione e un rispetto assai maggiore di quanto non avvenisse un tempo è che nel mito è racchiusa una verità che, anche se non scientifica in senso stretto e avvolta anzi in una storia dai tratti fantastici, si rivela piena e perfetta; non contraria e ostile, ma superiore a quella della scienza. Così a proposito della nascita della vita, il mito, che Foscolo canta nel suo sonetto "A Zacinto" :
"...l'onde del greco mar, da cui vergine nacque
Venere e fea quelle isole feconde
col suo primo sorriso..."
narra che, al sorriso della dèa, emergente dalle acque del mare, la terra rispose in una sorta di amoroso omaggio facendo nascere alberi, fiori, frutti. Venere-bellezza-mare-sorriso è dunque l'aerchetipo primigenio della vita. Da piccola questo mito mi affascinava molto,e imparai ad associarlo all'immagine morbida e feconda di Botticelli. La sua nascita dall'acqua è presetata come un prodigio e allo stesso modo un miracolo:la comparsa della vita.
Penso che Tolkien sia stato un grande cantore dei nostri tempi, un po' come Omero o Virgilio lo furono nell'Antichità, colui che più recentemente ha contribuito alla mia riscoperta del mito.
La sua Opera non è definibile soltanto come epica, ma anche e soprattutto come visione cosmogonica abbracciante tutti gli aspetti della vita, dai più sottili ai più semplici e contingenti.
La Musica degli Ainur, in Quenya Ainulindalë, è il primo capitolo del Silmarillion, una collezione di storie mitologiche immaginarie redatta da J.R.R. Tolkien e pubblicata postuma da suo figlio, Christopher Tolkien. Come parte del ciclo della Terra di Mezzo di Tolkien, la Musica degli Ainur gioca un ruolo fondamentale nella sua cosmogonia, rappresentando in tutto e per tutto la storia della creazione.
L'Ainulindalë è la melodiosa espressione dell'essenza di Eru Ilúvatar il Creatore e degli Ainur suoi figli, che prese forma nella visione del mondo di Eä e del dipanarsi delle sue vicende, concretizzata in seguito da Ilúvatar mandandovi il Fuoco Segreto.
Inizialmente gli Ainur penetravano solo quella parte della mente di Eru da cui provenivano. Quando Eru disse loro di cantare essi cantavano separatamente, tranne alcuni piccoli gruppi. Ascoltandosi gli Ainur si comprendevano a vicenda, e giungevano ad una maggiore coesione.
Unico tra tutti, Melkor, potente fra gli Ainur, impegnato com'era a cercare il Fuoco Segreto per mettere in atto delle cose che gli appartenessero non cantava insieme agli altri né li ascoltava. In questo modo, nella solitudine Melkor sviluppò idee diverse da quelle di Eru.
Ad un certo momento Eru chiamò a sè tutti gli Ainur, ed espose loro un grande Tema musicale, chiedendo loro di farne un grande Canto corale in cui ognuno vi avrebbe aggiunto qualcosa secondo la propria personalità e creatività. Eru istruì gli Ainur affinché le parole e la melodia della Musica rispettassero la sua idea del mondo. Quando la Grande Musica si innalzò, per la prima volta gli Ainur cantarono tutti insieme in armonia.
Tuttavia, Melkor vi introdusse modifiche personali che risultarono essere cacofonie e alterare l'armonia. Sentivo in testa mentre leggevo, questa sinfonia polifonica, potente e ad un certo punto dissonante... un capitolo maestoso e poetico, non c'è che dire.
Molti Ainur ne furono costernati, smettendo di suonare, mentre altri incominciarono ad accordare la propria musica a quella di Melkor, sebbene la stragrande maggioranza degli Ainur continuò a perseverare nel proprio canto iniziale. La realizzazione delle dissonanze di Melkor sono le molteplici forme del Male: "Per mezzo suo, nello scontro fra le musiche soverchianti sono sorti dolore e sofferenza; la confusione dei suoni ha visto nascere la crudeltà, il saccheggio, le tenebre, il fango disgustoso e ogni marciume nei pensieri e nelle cose, foschie putride e fiamme violente, il freddo senza pietà e la morte priva di speranza".
Tuttavia, neppure Melkor poteva essere contrario ai voleri dell'Uno, e infatti la sua competizione con i temi di Eru in un certo senso arricchì la creazione: per esempio, quando Ulmo immaginò le acque, Melkor tentò di distruggerle con immenso calore ed immenso freddo, ma in questo modo non fece altro che originare le nuvole e il ghiaccio.
Suddiviso in cinque libri, una sorta di “pentateuco moderno”, il Silmarillion non è né un romanzo né una favola, ma un’opera unica nel suo genere, forse l’unico tentativo coerente (e di valore solidamente letterario) di costruire un edificio mitico contemporaneo. Questo edificio che nelle sue componenti traeva origine dalla sconfinata cultura nordica e indoeuropea avrebbe dovuto fornire quel retroterra di miti e leggende che al mondo anglosassone mancavano eccezion fatta solo per i miti postmedievali del ciclo di Camelot, Avalon, Excalibur e Re Artù, comunque di radice continentale e cristiana. Tolkien invece, percorrendo al contrario le rotte di colonizzazione delle isole oltre la manica entra in contatto con la mitologia di matrice normanno-scandinava, la quale però completamente rimodernata e sistematizzata dalla feconda fantasia dell’autore trasfigura fino a diventare un corpus mitologico completamente altro e originale che possiamo ora chiamare con più coscienza una grande cosmogonia contemporanea.
La scienza in epoca abbastanza recente, conferma la verità compresa nel mito, ma non ne ha il fascino, la pofondità, la poesia.
La sua verità, esatta, è tuttavia parziale, rispetto a quella del mito, la cui narrazione, di suo, trasmette non solo la storia delle origini della vita, ma anche il suo rapporto con il divino, col mistero, col sacro e perfino l'incantato stupore con cui il primo uomo creato dovette contemplare le bellezze della natura.
La scienza non può fare altrettanto perchè parla alla ragione, mentre il mito parla all'anima.
E così il mito, notissimo che più ha toccato me come tante altre donne... del musico Orfeo, che scende agli inferi per amore della sua Euridice morta e che la recupera per riperderla per sempre, rappresenta non solo ogni vicenda ciclica di vita-morte- ressurezione /trasformazione, ma anche la sublime forza dell'amore che può vincere la morte stessa, se solo osasse non dubitare si sé e mantenersi folle fino alla temerarietà, senza cedere alle insidie delle ragione che, valutando ed esitando, affievolisce la forza e appanna la vista perfetta.
Ecco perchè pittura, scultura, balletto, cinema, poesia - tutte le arti, insomma non cessano di riesplorare e reinterpretare il mito.
Nel mito si cela qualcosa che è insieme eterno e indefinito, mentre la conquista della scienza, legata al relativo, è insieme definita e transitori,effimera.
Cesare Pavese affermava che il mito è una storia raccontata una volta per tutte; che è anzi, la storia in assoluto.