The mask and the mirror

venerdì 29 maggio 2009

Gocce di oceano mare....



Oceano Mare di Baricco è prosa e poesia insieme...
Nelle calde e frigide acque del ceruleo compagno del cielo, diverse persone dai tratti indefiniti si immergono nelle spire sensuali del gorgheggiare delle maree.
Il mare incanta, il mare uccide, commuove, spaventa, fa anche ridere, alle volte, sparisce, ogni tanto, si traveste da lago, oppure costruisce tempeste, divora navi, regala ricchezze, non dà risposte, è saggio, è dolce, è potente, è imprevedibile. Ma soprattutto: il mare chiama.
Baricco conduce i suoi personaggiad un’attenta analisi introspettiva trasportando a poco a poco anche il lettore nella dimensione aliena dell’inconscio, in quel rarefatto e insieme densissimo nulla onirico costituito di spezzoni irrelati, squarci enigmatici, visioni effimere in grado di rappresentare il prezioso nulla con cui costruisce un intero mondo, squadernato davanti al nostro sguardo come fosse fatto di carne e sangue, dandoci la possibilità di passeggiare a lungo dentro quel bordo oscuro così terrorizzante e insieme accattivante, e di incontrarci persone, di soggiornare in stanze, di sperimentare una vita capace di rivelarci infine una verità ultima e definitiva su noi stessi.
Le vicende si condensano in immagini che si sovrappongono seguendo l’ordine del sovraccarico fantastico, caratteristico dello stile visionario dell’autore che predilige l’accumulo, spesso iterativo, come nel brano della zattera ispirato al celebre dipinto di Gericault, “La zattera della Medusa”, dando pertanto vita ad una scrittura intensamente metaforica e ridondante, capace di riflettersi in mille specchi retorici che disorientano non senza affascinare.
Il terzo libro in cui è diviso il romanzo “ il ventre del mare” è una continua cantilena, si scopre la potenza del mare, la parte più buia, minacciosa, una similitudine con la vita dell'uomo. Solo leggendolo si può scoprire la brutalità, lo scempio e l'orrore di trovarsi in balia della natura e della propria voglia crudele di sopravvivenza.
Mi sono rimaste impresse come a molti in modo ossessivo le seguenti righe:" “La prima cosa è il mio nome, la seconda quegli occhi, la terza un pensiero, la quarta la notte che viene, la quinta quei corpi straziati, la sesta è fame, la settima orrore, l’ottava i fantasmi della follia, la nona è carne e la decima è un uomo che mi guarda e non mi uccide. L’ultima è una vela. Bianca. All’Orizzonte”.
Insomma il mare e il suo fluire può guarire, uccidere, cambiarci e distruggerci.
Baricco riprende un mito letterario di lungo corso, si misura con il mare cercando di scorgere in esso nuovi significati. Omero, Melville, Hemingway, ben prima di lui avevano concesso ampio spazio al mito marino dandone sempre un’interpretazione che tendeva a proporlo come avversario col quale confrontarsi per giungere ad una uscita da se stessi, dai propri limiti, dai propri ambienti, dalla propria natura. Incarnazione, dunque, di un’istanza di estroflessione, di scoperta anche rischiosa e violenta del mondo o comunque dell’altro da sé.
Oceano mare, invece, inverte la tendenza e finisce col delineare un non-luogo in cui i protagonisti del libro cercano di incontrare se stessi.
Un fiume di parole, quello di Baricco, che lascia senza fiato e ci avvolge in un’atmosfera carica d’interrogativi, d’incertezze, di cariche vitali sospese. Una suspance che non preclude una tragica fine, ma un destino di rinascita, di volontà diverse. Un abbraccio, quello del poliedrico scrittore che attraverso gli scogli, definiti “passi del diavolo”, giunge agli orizzonti del mondo e del tempo, dove la marea aspetta soltanto di avvolgere il peregrino nel suo flusso rassicurante.
Questa notte tornando a casa...avevo desiderio di vedere il mare, di ascoltarne il suono e l'odore...anche se in questa città mi è precluso.
Ho riletto l'incipit del libro...
credo sia estetismo allo stato puro:



"Sabbia a perdita d’occhio, tra le ultime colline e il mare – il mare – nell’aria fredda di un pomeriggio quasi passato, e benedetto dal vento che sempre soffia da nord.
La spiaggia. E il mare.
Potrebbe essere la perfezione – immagine per occhi divini – mondo che accade e basta, il muto esistere di acqua e terra, opera finita ed esatta, verità – verità – ma ancora una volta è il salvifico granello dell’uomo che inceppa il meccanismo di quel paradiso, un’inezia che basta da sola a sospendere tutto il grande apparato di inesorabile verità, una cosa da nulla, ma piantata nella sabbia, impercettibile strappo nella superficie di quella santa icona, minuscola eccezione posatasi sulla perfezione della spiaggia sterminata. A vederlo da lontano non sarebbe che un punto nero: nel nulla, il niente di un uomo e di un cavalletto da pittore.
Il cavalletto è ancorato con corde sottili a quattro sassi posati nella sabbia. Oscilla impercettibilmente al vento che sempre soffia d nord. L’uomo porta alti stivali e una grande giacca da pescatore. Sta in piedi, di fronte al mare, rigirando tra le dita un pennello sottile. Sul cavalletto, una tela.
E’ come una sentinella – questo bisogna capirlo – in piedi a difendere quella porzione di mondo dall’invasione silenziosa della perfezione, piccola incrinatura che sgretola quella spettacolare scenografia dell’essere. Giacché sempre è così, basta il barlume di un uomo a ferire il riposo di ciò che sarebbe a un attimo dal diventare verità e invece immediatamente torna ad essere attesa e domanda, per il semplice e infinito potere di quell’uomo che è feritoia e spiraglio, porta piccola da cui rientrano storie a fiumi e l’immane repertorio di ciò che potrebbe essere, squarcio infinito, ferita meravigliosa, sentiero di passi a migliaia dove nulla più potrà essere vero ma tutto sarà – proprio come sono i passi di quella donna che avvolta in un mantello viola, il capo coperto, misura lentamente la spiaggia, costeggiando la risacca del mare, e riga da destra a sinistra l’ormai perduta perfezione del grande quadro consumando la distanza che la divide dall’uomo e dal suo cavalletto fino a giungere a qualche passo da lui, e poi proprio accanto a lui, dove diventa un nulla fermarsi – e, tacendo, guardare. L’uomo non si volta neppure. Continua a fissare il mare. Silenzio. Di tanto in tanto intinge il pennello in una tazza di rame e abbozza sulla tela pochi tratti leggeri. Le setole del pennello lasciano dietro di sé l’ombra di una pallidissima oscurità che il vento immediatamente asciuga riportando a galla il bianco di prima. Acqua. Nella tazza di rame c’è solo acqua. E sulla tela, niente. Niente che si possa vedere.
Soffia come sempre il vento da nord e la donna si stringe nel suo mantello viola.
- Plasson, sono giorni e giorni che lavorate quaggiù. Cosa vi portate in giro a fare tutti quei colori se non avete il coraggio di usarli?
Questo sembra risvegliarlo. Questo l’ha colpito. Si gira a osservare il volto della donna. E quando parla non è per rispondere.
Vi prego, non muovetevi - , dice.
Poi avvicina il pennello al volto della donna, esita un attimo, lo appoggia sulle sue labbra e lentamente lo fa scorrere da un angolo all’altro della bocca. Le setole si tingono di rosso carminio. Lui le guarda, le immerge appena nell’acqua, e rialza lo sguardo verso il mare. Sulle labbra della donna rimane l’ombra di un sapore che la costringe a pensare “acqua di mare, quest’uomo dipinge il mare con il mare” – ed è un pensiero che dà i brividi.
Lei si è già voltata da tempo, e già sta rimisurando l’immensa spiaggia con il matematico rosario dei suoi passi, quando il vento passa sulla tela ad asciugare uno sbuffo di luce rosea, nudo a galleggiare nel bianco. Si potrebbe stare ore a guardare quel mare, e quel cielo, e tutto quanto, ma non si potrebbe trovare nulla di quel colore. Nulla che si possa vedere.
La marea, da quelle parti, sale prima che arrivi il buio. Poco prima. L’acqua circonda l’uomo e il suo cavalletto, se li piglia, adagio ma con precisione, restano lì, l’uno e l’altro, impassibili, come un’isola in miniatura, o un relitto a due teste.
Plasson, il pittore.
Viene a prenderselo, ogni sera, una barchetta, poco prima del tramonto, che l’acqua gli è arrivata al cuore. E’ così che vuole, lui. Sale sulla barchetta, ci carica il cavalletto e tutto, e si lascia riportare a casa.
La sentinella se ne va. Il suo dovere è finito. Scampato pericolo. Si spegne nel tramonto l’icona che ancora una volta non è riuscita a diventare sacra. Tutto per quell’ometto e i suoi pennelli. E ora che se n’è andato, non c’è più tempo. Il buio sospende tutto. Non c’è nulla che possa, nel buio, diventare vero".

martedì 12 maggio 2009

Lo specchio....superficie riflettente


The mask and the mirror...è il titolo di uno dei miei album più cari...oltre che di questo mio blog evanescente monologo con me stessa.
Mi evoca l'immagine di una maschera che nasconde e uno specchio che per antitesi invece rivela...
Appassionandomi a Borges fisso lo specchio...topos dominante pregno di suggestioni e simbolismi. Borges è un maestro di specchi e labirinti dello spirito, di illusioni e paradossi, di finzioni e invenzioni, dell'infinito spaziale e temporale, delle duplicazioni fittizie,dell'opposto e dell'uguale,dell'annidamento dei sogni.
Lo specchio è, come noto, una delle più ossessive costanti tematiche del grande scrittore argentino, sempre attratto dal fantastico (ossia da quelle «ombre» che si rendono disponibili alla vista «oltre» o «attraverso» lo specchio) e sostenitore di un’idea di letteratura intesa come menzogna. Lo specchio è deformante per definizione: restituisce un’immagine inversa a quella del reale. Ma anche per questo è un mefistofelico tentatore: seduce perché soddisfa il nostro faustiano bisogno di conoscere. Ci consente di gettare lo sguardo sul nostro volto (almeno per analogia), quel volto che altrimenti ci sarebbe il più straniero di tutti, e soprattutto ci consente di affacciarci su un mondo diverso: il mondo capovolto, il mondo degli opposti. Per la cultura popolare, il mondo capovolto coincide sempre con il grottesco, con la carnevalizzazione. Ma per uno scrittore sapienziale come Borges il mondo capovolto apre anche alle possibilità non realizzate, agli universi paralleli della moderna cosmologia, alla verità della filosofia, alla realtà della semantica (o almeno dei segni).
Anche le parole, come le immagini allo specchio, ingannano e seducono, per Borges la letteratura è «falsificazione di falsificazioni». Come Narciso, siamo condannati a pensarci attraverso strumenti deformanti, che ci restituiscono un’immagine di noi stessi nella quale non possiamo mai riconoscerci appieno.
Le parole, come le immagini dello specchio, non esistono solo in quanto riflesso, non sono un nulla, sono a loro volta realtà: un acquisto di realtà, una moltiplicazione inesauribile della realtà. Nell’opera di Borges la realtà non è mai qualcosa di dato: una cristallizzazione di eventi che si possono cogliere una volta per tutte in una funeraria e ideologica identità.
Nell’opera di Borges, la realtà (la vita) si fa, si moltiplica attraverso le parole e gli specchi. Si apre all’infinito, come aprono all’infinito due specchi collocati l’uno di fronte all’altro o un numero periodico.
Forse, anche il tempo in Borges è un prodotto delle parole e degli specchi, e cioè è qualcosa che non trascorre, qualcosa di non separabile oppure di separabile solo arbitrariamente, qualcosa che è sempre disponibile e percorribile a piacere, in avanti e indietro, in un eterno dionisiaco modificare e modificarsi.
Srive Borges in "Finzioni" :"Gli specchi e la copula sono abominevoli per l'universo perchè moltiplicano l'uomo".
Nella poesia Los espejos, Gli specchi l'ultima strofa recita:"Dios ha creado las noches que se arman / de sueños y las formas del espejo / para que el hombre sienta que es reflejo / y vanidad. Por eso nos alarman."
(Dio ha creato le notti popolate / di sogni e le parvenze dello specchio / affinché l’uomo senta che è riflesso/ e vanità. Per questo ci spaventano).

Mi chiedo allora cosa vediamo esattamente riflesso negli specchi?
Il nostro volto, il nostro aspetto, segnati entrambi dalle esperienze, dagli stati d’animo, dalle malattie: in una parola, dal divenire? Vediamo un’immagine che si rivela veritiera, e per questo in potenza spaventosa?: ma non è questo lo stesso meccanismo che si innesca allorché si ha di fronte a sé un’opera letteraria?
Non è a volte la sensazione di vedere esplicitati i più reconditi nostri sogni, le più celate paure, i più smisurati desideri a permettere l’identificazione nel testo e a stabilire la formula della lettura empatica, presupposto ideale della lettura?
Nella poesia di Borges La Felicità c'è un verso inquietante secondo me: "Nello specchio c’è un altro che spia". Queste parole sembrano suggerire una scissione schizoide dell’identità ormai irrimediabile: una lacerazione oramai divenuta frattura, e frattura insanabile.
L’ego non riconosce il suo stesso riflesso nello specchio: e in un certo senso la creatura che vive nello specchio non può riconoscere chi abbia di fronte a sé. La natura della realtà è l’indagine prima della verità: in questo verso si annuncia una sconfitta, e una sconfitta insolubile, per giunta. Non si ha più certezza d’esser reali, né si può asserire di riconoscersi perfettamente nella propria immagine riflessa in uno specchio. Intimorisce questo?
Se l’uomo è lo specchio infranto del dio perduto, se nello specchio c’è un altro che ci spia, allora a nulla vale avere pretese di verità e di controllo della realtà.
L’uomo allora può incappare nell’errore di smarrire la consapevolezza di essere riflesso e vanità: lo specchio è lo strumento perfetto per evitare che ciò avvenga