The mask and the mirror

martedì 12 maggio 2009

Lo specchio....superficie riflettente


The mask and the mirror...è il titolo di uno dei miei album più cari...oltre che di questo mio blog evanescente monologo con me stessa.
Mi evoca l'immagine di una maschera che nasconde e uno specchio che per antitesi invece rivela...
Appassionandomi a Borges fisso lo specchio...topos dominante pregno di suggestioni e simbolismi. Borges è un maestro di specchi e labirinti dello spirito, di illusioni e paradossi, di finzioni e invenzioni, dell'infinito spaziale e temporale, delle duplicazioni fittizie,dell'opposto e dell'uguale,dell'annidamento dei sogni.
Lo specchio è, come noto, una delle più ossessive costanti tematiche del grande scrittore argentino, sempre attratto dal fantastico (ossia da quelle «ombre» che si rendono disponibili alla vista «oltre» o «attraverso» lo specchio) e sostenitore di un’idea di letteratura intesa come menzogna. Lo specchio è deformante per definizione: restituisce un’immagine inversa a quella del reale. Ma anche per questo è un mefistofelico tentatore: seduce perché soddisfa il nostro faustiano bisogno di conoscere. Ci consente di gettare lo sguardo sul nostro volto (almeno per analogia), quel volto che altrimenti ci sarebbe il più straniero di tutti, e soprattutto ci consente di affacciarci su un mondo diverso: il mondo capovolto, il mondo degli opposti. Per la cultura popolare, il mondo capovolto coincide sempre con il grottesco, con la carnevalizzazione. Ma per uno scrittore sapienziale come Borges il mondo capovolto apre anche alle possibilità non realizzate, agli universi paralleli della moderna cosmologia, alla verità della filosofia, alla realtà della semantica (o almeno dei segni).
Anche le parole, come le immagini allo specchio, ingannano e seducono, per Borges la letteratura è «falsificazione di falsificazioni». Come Narciso, siamo condannati a pensarci attraverso strumenti deformanti, che ci restituiscono un’immagine di noi stessi nella quale non possiamo mai riconoscerci appieno.
Le parole, come le immagini dello specchio, non esistono solo in quanto riflesso, non sono un nulla, sono a loro volta realtà: un acquisto di realtà, una moltiplicazione inesauribile della realtà. Nell’opera di Borges la realtà non è mai qualcosa di dato: una cristallizzazione di eventi che si possono cogliere una volta per tutte in una funeraria e ideologica identità.
Nell’opera di Borges, la realtà (la vita) si fa, si moltiplica attraverso le parole e gli specchi. Si apre all’infinito, come aprono all’infinito due specchi collocati l’uno di fronte all’altro o un numero periodico.
Forse, anche il tempo in Borges è un prodotto delle parole e degli specchi, e cioè è qualcosa che non trascorre, qualcosa di non separabile oppure di separabile solo arbitrariamente, qualcosa che è sempre disponibile e percorribile a piacere, in avanti e indietro, in un eterno dionisiaco modificare e modificarsi.
Srive Borges in "Finzioni" :"Gli specchi e la copula sono abominevoli per l'universo perchè moltiplicano l'uomo".
Nella poesia Los espejos, Gli specchi l'ultima strofa recita:"Dios ha creado las noches que se arman / de sueños y las formas del espejo / para que el hombre sienta que es reflejo / y vanidad. Por eso nos alarman."
(Dio ha creato le notti popolate / di sogni e le parvenze dello specchio / affinché l’uomo senta che è riflesso/ e vanità. Per questo ci spaventano).

Mi chiedo allora cosa vediamo esattamente riflesso negli specchi?
Il nostro volto, il nostro aspetto, segnati entrambi dalle esperienze, dagli stati d’animo, dalle malattie: in una parola, dal divenire? Vediamo un’immagine che si rivela veritiera, e per questo in potenza spaventosa?: ma non è questo lo stesso meccanismo che si innesca allorché si ha di fronte a sé un’opera letteraria?
Non è a volte la sensazione di vedere esplicitati i più reconditi nostri sogni, le più celate paure, i più smisurati desideri a permettere l’identificazione nel testo e a stabilire la formula della lettura empatica, presupposto ideale della lettura?
Nella poesia di Borges La Felicità c'è un verso inquietante secondo me: "Nello specchio c’è un altro che spia". Queste parole sembrano suggerire una scissione schizoide dell’identità ormai irrimediabile: una lacerazione oramai divenuta frattura, e frattura insanabile.
L’ego non riconosce il suo stesso riflesso nello specchio: e in un certo senso la creatura che vive nello specchio non può riconoscere chi abbia di fronte a sé. La natura della realtà è l’indagine prima della verità: in questo verso si annuncia una sconfitta, e una sconfitta insolubile, per giunta. Non si ha più certezza d’esser reali, né si può asserire di riconoscersi perfettamente nella propria immagine riflessa in uno specchio. Intimorisce questo?
Se l’uomo è lo specchio infranto del dio perduto, se nello specchio c’è un altro che ci spia, allora a nulla vale avere pretese di verità e di controllo della realtà.
L’uomo allora può incappare nell’errore di smarrire la consapevolezza di essere riflesso e vanità: lo specchio è lo strumento perfetto per evitare che ciò avvenga

Nessun commento: