The mask and the mirror

domenica 6 dicembre 2009

5 dicembre 2009. La mia esperienza.


La potenza della disinformazione e persuasione collettiva di Berlusconi (e del centrodestra) l'abbiamo vista ieri al TG5 e TG1, anzi forse solo una parte è stata utilizzata: Spatuzza fa rivelazioni clamorose?

1° giorno: screditare Spatuzza, mostrarlo come killer spietato anziché pentito (strano in un paese che dovrebbe mettere il pentimento al secondo posto nella scala dei valori da rispettare)
2° giorno: il governo schiocca le dita e le prefetture di Milano e Palermo arrestano due "presunti" BOSS (in realtà dei piciotti, come si intuisce dai loro soprannomi mafiosi) che vengono fatti passare come lotta dura alla Mafia, ergo questo governo non ha nulla a che vedere con la Mafia.
E tutto ciò in concomitanza di una manifestazione di piazza di più di 500 mila persone contro il berlusconismo.
Ma credono che siamo scemi?!


"Ma chi te lo fa fare, credi cambierà qualcosa scendendo in piazza?" mi domanda retoricamente qualcuno. Mia madre mi chiede invece " Ma sarai tra comunisti facinorosi e anarchici?"
Sorrido e le rispondo: " Che ci vuoi fare ti è capitata la figlia eversiva. Maaammma sarà una manifestazione pacifica...e il termine comunismo ormai esiste più nei libri di storia che nella realtà.
Così si parte per Roma. La presunzione arrogante tipica dei giovani convinti che il parlamento e la piazza siano iscindibili tra loro e si compenetrino ci spinge ad esserci improrogabilmente.
L'idea di tale manifestazione parte dal basso, tramite un passa parola degno dei nostri tempi, il popolo della rete, il popolo di facebook.
In un’Italia sommersa dall’informazione di regime, dove il controllo totale del Presidente del Consiglio sui mass-media si avverte in tutta la sua virulenza, la comunicazione dal basso, quella piena di entusiasmo e povera di risorse, per un giorno ribalta il mercato della circolazione delle idee.
Ad organizzare questo pezzo di popolo non ci sono partiti, sindacati, gli specialisti dell’organizzazione, coloro insomma in qualche modo deputati a convocare.
Ci siamo noi, non sudditi ma cittadini!!
Cittadini ancora più esasperati all'indomani delle dichiarazioni del pentito di mafia Gaspare Spatuzza, chiediamo giustizia.
Di-met-ti-ti- di-met-tit-ti", è il coro unitario.
Arriviamo a Roma con treni, pullman, aerei e navi, macchine e moto: tutto quello che trasporta va bene per esserci. C'è un sole splendente. Siamo da ogni parte di Italia. Siamo tutti in viola,magliette, sciarpe e cappelli . Ovviamente la Rai non ci da la diretta...ennesimo sintomi d un regime che esiste e che truffa mediaticamente gli italiani. Non dobbiamo fare troppo rumore... Scsssssi!!
Ma intanto la piazza è gremita, non si riesce nemmeno a camminare... Mi chiedo se la matematica non è un'opinione come mai P.zza S.Giovanni con il Family Day ospitasse 2 milioni di persone, e con il NoBday solo 90.000 (secondo la questura)??? Si allarga e restringe per occulti fenomini geologici a seconda dei casi? Inizia il corteo...le facce, le storie dei partecipanti raccontano un'Italia che non comparirà mai al Tg1...ognuno hai i propri cazzi, i propri drammi quotidiani: Volontari, lavoratori, ceti medi, centri sociali ed elettori di destra delusi, gente del Nord, del Sud, immigrati,.generazioni abbandonate a se stesse, senza lavoro e senza prospettive in un paese dominato da un potere invecchiato male, rancoroso, autistico, indifferente, impresentabile e reso più grottesco dai lifting ripetuti Più giovani di quanti ne compaiano di solito nei cortei, quasi soltanto ventenni o cinquantenni, col buco in mezzo delle generazioni cresciuti negli ultimi decenni di egemonia televisiva.
Molti sventolano una copia dell'agenda rossa di Paolo Borsellino urlando " Fuori la mafia dallo Stato". Gli sguardi sono agguerriti, gli stricioni dicono Berlusconi dimissioni" e c'è anche un cartello che, facendo la parodia di una nota frase del premier, dice "siamo il miglior corteo degli ultimi 150 anni". ''Si fa solo i c... suoi e a pagare siamo noi'' gridano altri.Ci sono anche cartelli con scritto 'un vero uomo si fa processare' e persino una coppia che sul passeggino del bambino ha appeso un cartello con scritto 'io di certo non l'ho votato'. Ironia e rabbia. Spesso il corteo, che procede comunque spedito, si ferma a saltellare al grido di "Chi non salta Berlusconi è. Ho i piedi che mi fanno ancora male :)
Tanti gli artisti dopo sul palco: Dario Fo e Franca Rame, Ascanio Celestini, Antonio Tabucchi, Margherita Hack, Moni Ovadia, Vecchioni.
Concludo riportando le parole dell'intervento di Salvatore Borsellino di ieri in piazza, mi ha toccato dentro :"Mi sento veramente ubriaco nel sentirmi in questa Italia in cui il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza e della contiguità ci sommerge mentre qui in questa piazza mi trovo con questo profumo di libertà”. “In questa piazza sento lo stesso profumo di libertà che quest’anno ho percepito in via d’Amelio, quando ho chiamato a raccolta il popolo delle agende rosse a impedire che il luogo di quella strage venisse profanato. Noi 17 anni fa abbiamo rifiutato i funerali di Stato perché sapevamo che mio fratello non era stato ucciso solo dalla mafia ma era stato ucciso anche da pezzi dello Stato . L’anno scorso è venuto a deporre la sua corona di fiori il presidente del senato Renato Schifani. Quello stesso Schifani che oggi non vuole parlare dei suoi rapporti societari con dei mafiosi. La seconda carica dello Stato si ammanta della sua posizione autorevole per dire che è vilipendio alle istituzioni chiedergli conto di ciò che ha fatto. Credo che il vero vilipendio alle istituzioni sia che persone come Schifani possano occupare le istituzioni. Questo è vero vilipendio: che persone come Berlusconi possano occupare poltrone come quella del capo del governo".

venerdì 18 settembre 2009

Volver





Tornare...
l'ho rivisto l'altra sera dopo alcuni anni.
Credo che il fatto che io sia molto cambiata mi ha condotto a una sensibilità diversa nel rivederlo e capire ora il realismo magico di questo film,la dimensione simbolico-onirica dei ricordi lontani, l'alchimia della fiaba e la carnalità che compendia.
volver...il luogo in cui tutto comincia e tutto ritorna.
Come è stato più volte detto è un film in cui la grazia danza insieme alla morte per riconciliare i vivi.
Il ritorno si coniuga con la vita, e là dove la vita ha fatto esperienze di morte si coniuga col “ritornare” alla vita.
Tornare è riannodare legami, è riandare là dove si era partiti.
E il punto di partenza è sempre una madre che ci ha tenuto in grembo, un padre anche se non ci ha saputo amare,una sorella, una figlia, una casa, una strada, un’ amica, un amore, un senso.
Ritorna solo chi non ha bisogno di dimenticare, il viandante e il mendicante,chi conserva la memoria di un inizio.
Volver, tornare, può allora significare che persino i temi dell'infanzia offesa, della ricerca delle radici, del desiderio crudele e delle pulsioni d'amore e di morte possono e debbono materializzarsi in una finzione infinita.
Emblematica la sequenza d'apertura del film: su un insinuante e solare paso doble, una carrellata da destra a sinistra percorre un vialetto di cimitero,un vento travolgente impolvera e scarmiglia. Le donne, tante donne, solo donne, con secchi di plastica, spazzole e detersivi si affannano a lucidare i marmi delle tombe. E parlano, tra loro e coi defunti.
È una scena magistrale.
In questo microcosmo femminile (il vero protagonista) sono esplorate le emozioni immediate e quelle rimpiante, si crea un ponte tessuto d'immagini tra i rapporti umani concreti e carnali e quelli spirituali e ineffabili.
Tornare è essere restituiti all’accoglienza del nostro inizio, è risorgere da quelle tombe che aprono il film e che non spaventano, non generano orrore, perché abbracciate da persone “vive” e da una pietas senza misura.
Una pietà vera che riesce a vincere la paura perchè abita e riconcilia, senza sosta, la vita e la morte quotidiana dei protagonisti che si spendono e si offrono, ma senza mai tradire la realtà con rimozioni, censure, acrobatici meccanismi di difesa.
Perché non è il ricordo che ha bisogno di accoglienza e di perdono ma la memoria e la ferita dell’assenza, il dolore bruciante di chi vuol ritrovare l’amore tradito, la bellezza smarrita dell’origine.
E' un film solare dove tutto è sempre possibile, dove nessuno è solo, dove niente è irrimediabilmente perduto.
Un film corale fatto di relazioni. Un film che esibisce un garbo e una naturalezza che sa di miracolo, che fonde sapori e odori antichi, che fa danzare il colore e il calore insieme al vento della Mancha.
Pedro Almodovar sa raccontare la vita con tutte le sfumature delle sue assurdità, venandole di una corrosione e di una provocazione tali da scendere in aspetti tragici o comici o scabrosi.
E' appassionato, ironico, disinibito, perverso a tratti... attraverso colori vivissimi, lo stile trasgressivo e le labili e fuggevoli inquadrature degli attori, mai statiche ma definite.
Pedro diventa così come regista il ritrattista più graffiante e istintivo del postmoderno...
Ecco il testo di Volver...da qui il titolo del film e la colonna sonora.
queste parole sedimentano ancora nelle mie notti e a tratti le scandiscono.



Ecco il testo e traduzione...


Yo adivino el parpadeo
de las luces que a lo lejos
van marcando mi retorno.
Son las mismas que alumbraron,
con sus palidos reflejos,
hondas horas de dolor.
Y aunque no quise el regreso,
siempre se vuelve al primer amor.
La quieta calle donde el eco dijo:
"Tuya es su vida, tuyo es su querer!"
Bajo el burlon mirar de las estrellas
que con indiferencia hoy me van volver.

Volver,
con la frente marchita,
las nieves del tiempo
platearon mi sien.
Sentir,
que es un soplo la vida.
que veinte años no es nada,
que febril la mirada
errante en las sombras
te busca y te nombra.
Vivir,
con el alma aferrada
a un dulce recuerdo,
que lloro otra vez.


Tengo miedo del encuentro
con el pasado que vuelve
a enfrentarse con mi vida.
Tengo miedo de las noches
que, pobladas de recuerdos,
encadenan mi soñar.


Pero el viajero que huye
tarde or temprano detiene su andar.
Y aunque el olvido,
que todo destruye,
haya matado mi vieja ilusion,
guardo escondida un esperanza humilde,
que es toda la fortuna de mi corazon.



Io prevedo il tremolio
Delle luci che in lontananza
Stanno segnando il mio ritorno
Sono le stesse che rischiararono
Con i loro pallidi riflessi
Fionde ore di dolore
E sebbene non desiderai il ritorno
Sempre si torna al primo amore
La tranquilla strada dove l’eco disse
“tua è la sua vita, tuo è il suo amare”
sotto il …guardare le stelle
che con indifferenza oggi tornano a me

tornare
con la fronte avvizzita
le nevi del tempo
argentarono le mie tempie
sentire
che è un soffio la vita
che vent’anni non sono niente
che febbrile è lo sguardo
errante nell’ombra
ti cerca e nomina il tuo nome
vivere
con l’anima ostinata
ad un dolce ricordo
che piango un’altra volta


ho paura dell’incontro
con il passato che torna
a confrontarsi con la mia vita
ho paura delle notti
che, popolate di ricordi,
incatenano il mio sognare


però il viaggiatore che sente
prima o poi trattiene il suo andare
e sebbene il dimenticare
che tutto distrugge
abbia ucciso la mia vecchia illusione
custodisco nascosta una umile speranza
che è tutta la fortuna del mio cuore .

martedì 4 agosto 2009

Disillusione

É il dedalo di ombre madreperlacee che trafigge la liturgia asettica della parola
è un sentiero di monotone pareti le cui crepe sono clessidre infrante
è lo specchio polveroso che riflette irrevocabile quest'Ade
è un volto prigioniero di una maschera che decifra l'abisso
è la folla di solitari che si chiamano per i sobborghi esiliati
è il battito fugace di una palpebra
è un ingranaggio multiplo cerebrale
è un mite pendio che sembra eterno
è uno sguardo famelicamente rassegnato
è un pensiero di una nitidezza torbida
è il giorno in cui decisi di perderti.

lunedì 3 agosto 2009

Rubaiyat






Nella mia voce il metro del persiano
torni e rammenti che il tempo è la trama
ineguale dei sogni che noi siamo
e che il segreto Sognatore sperde.

Affermi ancora ch'è cenere il fuoco,
terra la carne, il fiume la fugace
immagine della nostra esistenza
che lentamente rapida dilegua.

Torni a dire che l'arduo monumento
che innalza la superbia è come il vento
che passa, e che alla luce inconcepibile
di Chi non cessa, un secolo è un momento.

Ammonisca che l'usignolo d'oro
canta una volta sola al melodioso
apice della notte e che le stelle
sono avare custodi di un tesoro.

Torni la luna al verso che la tua
mano scrive, così come ritorna
col primo azzurro al tuo giardino. Là
la stessa luna ti cercherà invano.

Siano sotto la luna delle tenere
sere tuo umile esempio le cisterne,
nel cui liquido specchio si ripetono
soltanto poche immagini, ma eterne.

La luna del persiano e gli ori incerti
tornino dai crepuscoli deserti.
É oggi, ieri. Tu non sei che gli altri
il cui volto è di polvere. Sei i morti.

Borges

domenica 19 luglio 2009

El guardian de los libros



Ahí están los jardines, los templos y la justificación de los templos,
la recta música y las rectas palabras,

los sesenta y cuatro hexagramas,

los ritos que son la única sabiduría

que otorga el Firmamento a los hombres,

el decoro de aquel emperador

cuya serenidad fue reflejada por el mundo, su espejo,

de suerte que los campos daban sus frutos

y los torrentes respetaban sus márgenes,

el unicornio herido que regresa para marcar el fin,

las secretas leyes eternas,

el concierto del orbe;

esas cosas o su memoria están en los libros

que custodio en la torre.



Los tártaros vinieron del Norte

en crinados potros pequeños;

aniquilaron los ejércitos

que el Hijo del Cielo mandó para castigar su impiedad,

erigieron pirámides de fuego y cortaron gargantas,

mataron al perverso y al Justo,

mataron al esclavo encadenado que vigila la puerta,


usaron y olvidaron a las mujeres

y siguieron al Sur,

inocentes como animales de presa,

crueles como cuchillos.

En el alba dudosa

el padre de mi padre salvó los libros.

Aquí están en la torre donde yazgo,

recordando los días que fueron de otros,

los ajenos y antiguos.



En mis ojos no hay días. Los anaqueles

están muy altos y no los alcanzan mis años.

Leguas de polvo y sueño cercan la torre.

¿A qué engañarme?

La verdad es que nuca he sabido leer,

pero me consuelo pensando

que lo imaginado y lo pasado ya son lo mismo

para un hombre que ha sido

y que contempla lo que fue la ciudad

y ahora vuelve a ser el desierto.

¿Qué me impide soñar que alguna vez

descifré la sabiduría

y dibujé con aplicada mano los símbolos?

Mi nombre es Hsiang. Soy el que custodia los libros,

que acaso son los últimos,

porque nada sabemos del Imperio

y del Hijo del Cielo.

Ahí están en los altos anaqueles,

cercanos y lejanos a un tiempo,

secretos y visibles como los astros.

Ahí están los jardines, los templos.





Jorge Luis Borges,
Elogio de la sombra,



Là sono i giardini, i templi e la giustificazione dei templi,
la retta musica e le rette parole,
i sessantaquattro esagrammi,
i riti che son l'unica sapienza
che agli uomini concede il Firmamento,
la dignità di quell'imperatore
la cui serenità venne riflessa dal mondo, specchio suo,
così che i campi davano i loro frutti
e i torrenti rispettavano le sponde,
l'unicorno ferito che ritorna per indicare la fine,
le segrete leggi eterne,
il concerto dell'orbe;
tali cose o la loro memoria sono nei libri
che custodisco nella torre.

I tartari vennero dal Nord
su piccoli criniti puledri;
annientarono gli eserciti
che il Figlio del Cielo aveva inviati per punire la loro
empietà,
eressero piramidi di fuoco e tagliarono gole,
uccisero il malvagio con il giusto,
uccisero lo schiavo incatenato che vigila la porta,
usarono e scordarono le donne
a andarono oltre, al Sud,
innocenti come animali da preda,
crudeli come coltelli.
Nell'alba dubitosa
il padre di mio padre salvò i libri.
Sono qui nella torre dove giaccio
e ricordano i giorni stati d'altri,
gli stranieri, gli antichi.

Mancano i giorni ai miei occhi. I palchetti
son alti, non ci arrivano i miei anni.
Leghe di polvere e sonno cingono la torre.
A che ingannarmi?
La verità è che non seppi mai leggere,
ma mi consolo pensando
che immaginato e passato sono tutt'uno
per un uomo che è stato
e contempla quel che fu la città
e torna ora ad essere deserto.
Che cosa m'impedisce di sognare
che decifrai un tempo la sapienza
e tracciai con attenta mano i simboli?
Il mio nome è Hsiang. Sono il custode dei libri,
che sono forse gli ultimi,
giacchè nulla sappiamo dell'Impero
e del figlio del Cielo.
Sono là nei loro alti palchetti,
remoti e prossimi a un tempo,
visibili e segreti come gli astri.
Là sono i templi, là sono i giardini.

sabato 18 luglio 2009

Doppio sogno




Un antico demone

Guardatevi, signore, dalla gelosia:
è il mostro dagli occhi verdi,
che irride al cibo di cui si nutre.

Shakespeare, Otello
Atto terzo: scena III


In questi giorni per la prima volta in vita mia ho letto casualmente Doppio Sogno...
Ho toccato e sentito in modo viscerale, uno dei sentimenti più atavici e primigeni dell'uomo: la gelosia.
Ho riflettuto sul tema dell'infedeltà. Mi sono chiesta...
In cosa consiste realmente? Cosa costituisce una violazione del patto d'amore della coppia?
Tanti classici ci fanno porre questa domanda...la Medea di Euripide, Il Moro di Venezia e L'Otello di Shakespeare, la sonata a Kreutzer di Tolstoj...
In effetti, ho pensato che le rappresentazioni di desideri inconfessabili (velati o apparentemente rimossi) dei sentimenti di insicurezza e della gelosia costituiscono il tema anche di uno dei film più famosi di Kubrick, che ho più volte visto e rivisto: Eyes Wide Shut che si riferisce al mirabile racconto di Arthur Schnitzler Doppio Sogno che solo ora ho letto.
L'autore delinea in un continuo gioco di rimandi a pulsioni inconsce e a sogni più o meno sussurati, le dinamiche emotive e relazionali di una giovane coppia.
Il medico- drammaturgo austriaco delinea infatti la sottile distanza che separa l'emozione occasionale e reversibile, dall'idea morbosa di gelosia, l'ossessione.
Ma vediamo questa coppia...osserviamola....
Questa coppia è perbene, colta, altolocata: insomma una distinta famiglia della borghesia viennese del primo novecento, di certo apprezzata e forse un poco invidiata. Una relazione d'amore che dura da anni senza essere, apparentemente scalfita dalle insidie del tempo.
I due hanno anche una figlia che coccolano amabilmente.
Immediatamente sono stata colpita da questo rapporto, basato sulla stima, il senso del rispetto, la complicità e il dialogo sul quale si impernia la vita di coppia. Ci sono insomma, ho pensato tutti i presupposti per un felice legame, fatto di quotidianità a sicuro.
Però, al ritorno da una festa in maschera, all'improvviso il meraviglioso mènage familiare viene turbato. Comincia a scricchiolare sotto i colpi “inferti” da un'innocua confessione.
Discutendo del ballo a cui avevano partecipato la notte prima, la donna insinua il racconto di una fantasia erotica (di un “sogno”). Arriva così “la goccia” che fa venire improvvisamente meno ciò che appena un attimo prima sembrava scontato, appunto sicuro.
“ Tuttavia dalla leggera conversazione sulle futili avventure della notte scorsa finirono col passare a un discorso più serio sui desideri nascosti, appena presentiti, che possono originare torbidi e pericolosi vortici anche nell'anima più limpida e pura, e parlarono di quelle regioni segrete che ora li attraevano appena, ma verso cui avrebbero potuto una volta o l'altra spingerli, anche se solo in sogno, l'inafferabile vento del destino”.
Da questo momento le vicende dei due coniugi, sia quelle reali sia quelle immaginate, sembrano scorrere su binari paralleli. Da una parte, come un macino minaccioso il sogno, probabilmente il desiderio inconfessabile o meglio la fantasia erotica della donna, di Albertine.
Dall'altra il brutto sogno cioè la realtà che il racconto della donna ha suscitato, la triste vicenda che addesso incomberà su Fridolin e da cui vorrebbe in un certo senso svegliarsi.
Dal momento della confessione della moglie, Fridolin non riesce proprio a togliersi dalla testa l'idea del tradimento, è spinto dalla delusione e dai desideri di rivalsa. Cerca a sua volta di restituire l'infedeltà e finisce perciò per infilarsi nel suo brutto sogno. La scoperta delle fantasie della moglie, la ferita narcisistica e le emozioni di gelosia lo portano a sperimentare sentimenti di inadeguatezza e fallimento. Emblematiche sono le pagine...rese molto bene nel film, in cui Fridolin si ritrova ad un ballo in maschera notturno ed esoterico. Si tratta di un ambiente molto raffinato ma per certi versi inquietante,quasi misterioso. C'è gente vestita in maschera, con costumi religiosi. Ad un certo punto inizia il rituale, dapprima con musiche sacre, poi profane. Le donne, sempre in maschera, cominciano a denudarsi e cercare un compagno, anch'egli in maschera. Il nostro protagonista è ancora intento a capire ed orientarsi, quando viene scoperto come intruso e invitato a dichiarare la propria identità.
Ora sembra davvero volgere al peggio, ma una donna che probabilmente lo ha riconosciuto si offre in sacrificio e in cambio della sua libertà. Fridolin è così libero di lasciare quella casa e di tornare, ormai all'alba alla sua.
É ancora preso dalla paura e dai rimorsi, però trova un pretesto per svegliare la moglie che intanto “continua” il suo sogno. Egli non resiste alla curiosità e le chiede, nonostante l'ora di racccontare...
raccontare il suo sogno...
Non svelo l'epilogo...
Mi chiedo però...fino a che punto un sogno può essere considerato reale? Dove si situa la linea di confine tra i desideri, l'immaginazione e la “realtà” dei vissuti onirici? In che senso questi vissuti possono testimoniare esperienze coscienti o bisogni manifesti?
Schnitzler tuttavia non poteva trovare soluzione più chiara: “Ma erano solo parole”.
Infatti un sogno non possiede medium migliore delle parole per manifestarsi. Anzi è proprio nel linguaggio che trova linfa, sostanza e, dunque, “vita reale”. E la semplice confessione del sogno della moglie, basta a sciogliere, agli occhi del marito i profondi legami affettivi che ora sembrano assolutamente dissolti: “ Si rese conto che tutto quell'ordine, quell'armonia, quella sicurezza della sua esistenza non erano che apparenza e menzogna “.
Al di là dell'espediente letterario, è da notare l'imprescindibile ruolo della riflessione e della mediazione linguistica e come la verità concettuale è sempre relativa, dipende cioè dalle condizioni dell'accordo che deve essere dialogico e relazionale. In tal caso si costituiscono come contrarie a questa definizione di verità, il dogma,l'integralismo, l'assolutismo, il fanatismo: vale a dire tutti gli aspetti intransigenti di cui si nutre la verità del delirante paranoico.
C'è però di più, non bisogna sottovalutare un aspetto ontologico fondamentale: i sentimenti e l'idea di gelosia non permettono di riconoscere l'alterità e negano di fatto le prerogative esistenziali dell'altro, di chiunque altro.
Sicuramente l'emozione di gelosia sembra aver costituito una risposta evolutiva legata ai comportamenti sessuali, alla riproduzione e alla conservazione della specie, funzionali alla coesione del gruppo parentale. Tuttavia essi costituiscono un costrutto da cui emergono ormai solo i limiti più arcaici, riferibili essenzialmente non più al vantaggio evolutivo che dovevano garantire,ma al danno affettivo e relazionale che adesso tali sentimenti possono determinare.
La gelosia tuttavia, pur elemento tormentoso, c'è da dire che promuove anche l'appartenenza, l'esclusività di rapporti, il rinsaldamento dei legami affettivi: ossia la giusta dose di interdipendenza.
In noi è presente quell'onnivoro narcisimo , derivato e costantemente alimentato dalla irripetibile unicità ontologica, e la necessità, del pari ineludibile, di conoscere l'altro e di (ri)conoscersi attraverso l'altro nel quale, in dosi diverse a seconda del valore attribuito alla relazione, vengono immesse parti del proprio sé dopo averle codificate nelle cangianti modalità espressive dei linguaggi.
I sentimenti di gelosia sono dunque da interpretarsi in rapporto all'idea, e alla sofferenza che intimamente evoca la paura dell'abbandono o della perdita dell'oggetto d'amore, e quindi relativamente alla ferita narcisistica intollerabile determinata dalla rottura della relazione privilegiata ed emotivamente investita.

domenica 5 luglio 2009

Je suis venue te dire que je m'en vais

Ho visto ultimamente "Saturno contro " di Ferzan Ozpetek, che seguo molto come regista. Il tema del film è la separazione, sia nell'amicizia che nell'amore, e la difficoltà ad accettarla.
Un film lento e che non racconta nulla, ma che in realtà cuce uno stralcio di esistenza con poesia e crudezza intimista.
Ecco la colonna sonora che sto ascoltando spesso, non a caso cantata da una delle voci che più sanno raccontare e sfumare la realtà...

venerdì 29 maggio 2009

Gocce di oceano mare....



Oceano Mare di Baricco è prosa e poesia insieme...
Nelle calde e frigide acque del ceruleo compagno del cielo, diverse persone dai tratti indefiniti si immergono nelle spire sensuali del gorgheggiare delle maree.
Il mare incanta, il mare uccide, commuove, spaventa, fa anche ridere, alle volte, sparisce, ogni tanto, si traveste da lago, oppure costruisce tempeste, divora navi, regala ricchezze, non dà risposte, è saggio, è dolce, è potente, è imprevedibile. Ma soprattutto: il mare chiama.
Baricco conduce i suoi personaggiad un’attenta analisi introspettiva trasportando a poco a poco anche il lettore nella dimensione aliena dell’inconscio, in quel rarefatto e insieme densissimo nulla onirico costituito di spezzoni irrelati, squarci enigmatici, visioni effimere in grado di rappresentare il prezioso nulla con cui costruisce un intero mondo, squadernato davanti al nostro sguardo come fosse fatto di carne e sangue, dandoci la possibilità di passeggiare a lungo dentro quel bordo oscuro così terrorizzante e insieme accattivante, e di incontrarci persone, di soggiornare in stanze, di sperimentare una vita capace di rivelarci infine una verità ultima e definitiva su noi stessi.
Le vicende si condensano in immagini che si sovrappongono seguendo l’ordine del sovraccarico fantastico, caratteristico dello stile visionario dell’autore che predilige l’accumulo, spesso iterativo, come nel brano della zattera ispirato al celebre dipinto di Gericault, “La zattera della Medusa”, dando pertanto vita ad una scrittura intensamente metaforica e ridondante, capace di riflettersi in mille specchi retorici che disorientano non senza affascinare.
Il terzo libro in cui è diviso il romanzo “ il ventre del mare” è una continua cantilena, si scopre la potenza del mare, la parte più buia, minacciosa, una similitudine con la vita dell'uomo. Solo leggendolo si può scoprire la brutalità, lo scempio e l'orrore di trovarsi in balia della natura e della propria voglia crudele di sopravvivenza.
Mi sono rimaste impresse come a molti in modo ossessivo le seguenti righe:" “La prima cosa è il mio nome, la seconda quegli occhi, la terza un pensiero, la quarta la notte che viene, la quinta quei corpi straziati, la sesta è fame, la settima orrore, l’ottava i fantasmi della follia, la nona è carne e la decima è un uomo che mi guarda e non mi uccide. L’ultima è una vela. Bianca. All’Orizzonte”.
Insomma il mare e il suo fluire può guarire, uccidere, cambiarci e distruggerci.
Baricco riprende un mito letterario di lungo corso, si misura con il mare cercando di scorgere in esso nuovi significati. Omero, Melville, Hemingway, ben prima di lui avevano concesso ampio spazio al mito marino dandone sempre un’interpretazione che tendeva a proporlo come avversario col quale confrontarsi per giungere ad una uscita da se stessi, dai propri limiti, dai propri ambienti, dalla propria natura. Incarnazione, dunque, di un’istanza di estroflessione, di scoperta anche rischiosa e violenta del mondo o comunque dell’altro da sé.
Oceano mare, invece, inverte la tendenza e finisce col delineare un non-luogo in cui i protagonisti del libro cercano di incontrare se stessi.
Un fiume di parole, quello di Baricco, che lascia senza fiato e ci avvolge in un’atmosfera carica d’interrogativi, d’incertezze, di cariche vitali sospese. Una suspance che non preclude una tragica fine, ma un destino di rinascita, di volontà diverse. Un abbraccio, quello del poliedrico scrittore che attraverso gli scogli, definiti “passi del diavolo”, giunge agli orizzonti del mondo e del tempo, dove la marea aspetta soltanto di avvolgere il peregrino nel suo flusso rassicurante.
Questa notte tornando a casa...avevo desiderio di vedere il mare, di ascoltarne il suono e l'odore...anche se in questa città mi è precluso.
Ho riletto l'incipit del libro...
credo sia estetismo allo stato puro:



"Sabbia a perdita d’occhio, tra le ultime colline e il mare – il mare – nell’aria fredda di un pomeriggio quasi passato, e benedetto dal vento che sempre soffia da nord.
La spiaggia. E il mare.
Potrebbe essere la perfezione – immagine per occhi divini – mondo che accade e basta, il muto esistere di acqua e terra, opera finita ed esatta, verità – verità – ma ancora una volta è il salvifico granello dell’uomo che inceppa il meccanismo di quel paradiso, un’inezia che basta da sola a sospendere tutto il grande apparato di inesorabile verità, una cosa da nulla, ma piantata nella sabbia, impercettibile strappo nella superficie di quella santa icona, minuscola eccezione posatasi sulla perfezione della spiaggia sterminata. A vederlo da lontano non sarebbe che un punto nero: nel nulla, il niente di un uomo e di un cavalletto da pittore.
Il cavalletto è ancorato con corde sottili a quattro sassi posati nella sabbia. Oscilla impercettibilmente al vento che sempre soffia d nord. L’uomo porta alti stivali e una grande giacca da pescatore. Sta in piedi, di fronte al mare, rigirando tra le dita un pennello sottile. Sul cavalletto, una tela.
E’ come una sentinella – questo bisogna capirlo – in piedi a difendere quella porzione di mondo dall’invasione silenziosa della perfezione, piccola incrinatura che sgretola quella spettacolare scenografia dell’essere. Giacché sempre è così, basta il barlume di un uomo a ferire il riposo di ciò che sarebbe a un attimo dal diventare verità e invece immediatamente torna ad essere attesa e domanda, per il semplice e infinito potere di quell’uomo che è feritoia e spiraglio, porta piccola da cui rientrano storie a fiumi e l’immane repertorio di ciò che potrebbe essere, squarcio infinito, ferita meravigliosa, sentiero di passi a migliaia dove nulla più potrà essere vero ma tutto sarà – proprio come sono i passi di quella donna che avvolta in un mantello viola, il capo coperto, misura lentamente la spiaggia, costeggiando la risacca del mare, e riga da destra a sinistra l’ormai perduta perfezione del grande quadro consumando la distanza che la divide dall’uomo e dal suo cavalletto fino a giungere a qualche passo da lui, e poi proprio accanto a lui, dove diventa un nulla fermarsi – e, tacendo, guardare. L’uomo non si volta neppure. Continua a fissare il mare. Silenzio. Di tanto in tanto intinge il pennello in una tazza di rame e abbozza sulla tela pochi tratti leggeri. Le setole del pennello lasciano dietro di sé l’ombra di una pallidissima oscurità che il vento immediatamente asciuga riportando a galla il bianco di prima. Acqua. Nella tazza di rame c’è solo acqua. E sulla tela, niente. Niente che si possa vedere.
Soffia come sempre il vento da nord e la donna si stringe nel suo mantello viola.
- Plasson, sono giorni e giorni che lavorate quaggiù. Cosa vi portate in giro a fare tutti quei colori se non avete il coraggio di usarli?
Questo sembra risvegliarlo. Questo l’ha colpito. Si gira a osservare il volto della donna. E quando parla non è per rispondere.
Vi prego, non muovetevi - , dice.
Poi avvicina il pennello al volto della donna, esita un attimo, lo appoggia sulle sue labbra e lentamente lo fa scorrere da un angolo all’altro della bocca. Le setole si tingono di rosso carminio. Lui le guarda, le immerge appena nell’acqua, e rialza lo sguardo verso il mare. Sulle labbra della donna rimane l’ombra di un sapore che la costringe a pensare “acqua di mare, quest’uomo dipinge il mare con il mare” – ed è un pensiero che dà i brividi.
Lei si è già voltata da tempo, e già sta rimisurando l’immensa spiaggia con il matematico rosario dei suoi passi, quando il vento passa sulla tela ad asciugare uno sbuffo di luce rosea, nudo a galleggiare nel bianco. Si potrebbe stare ore a guardare quel mare, e quel cielo, e tutto quanto, ma non si potrebbe trovare nulla di quel colore. Nulla che si possa vedere.
La marea, da quelle parti, sale prima che arrivi il buio. Poco prima. L’acqua circonda l’uomo e il suo cavalletto, se li piglia, adagio ma con precisione, restano lì, l’uno e l’altro, impassibili, come un’isola in miniatura, o un relitto a due teste.
Plasson, il pittore.
Viene a prenderselo, ogni sera, una barchetta, poco prima del tramonto, che l’acqua gli è arrivata al cuore. E’ così che vuole, lui. Sale sulla barchetta, ci carica il cavalletto e tutto, e si lascia riportare a casa.
La sentinella se ne va. Il suo dovere è finito. Scampato pericolo. Si spegne nel tramonto l’icona che ancora una volta non è riuscita a diventare sacra. Tutto per quell’ometto e i suoi pennelli. E ora che se n’è andato, non c’è più tempo. Il buio sospende tutto. Non c’è nulla che possa, nel buio, diventare vero".

martedì 12 maggio 2009

Lo specchio....superficie riflettente


The mask and the mirror...è il titolo di uno dei miei album più cari...oltre che di questo mio blog evanescente monologo con me stessa.
Mi evoca l'immagine di una maschera che nasconde e uno specchio che per antitesi invece rivela...
Appassionandomi a Borges fisso lo specchio...topos dominante pregno di suggestioni e simbolismi. Borges è un maestro di specchi e labirinti dello spirito, di illusioni e paradossi, di finzioni e invenzioni, dell'infinito spaziale e temporale, delle duplicazioni fittizie,dell'opposto e dell'uguale,dell'annidamento dei sogni.
Lo specchio è, come noto, una delle più ossessive costanti tematiche del grande scrittore argentino, sempre attratto dal fantastico (ossia da quelle «ombre» che si rendono disponibili alla vista «oltre» o «attraverso» lo specchio) e sostenitore di un’idea di letteratura intesa come menzogna. Lo specchio è deformante per definizione: restituisce un’immagine inversa a quella del reale. Ma anche per questo è un mefistofelico tentatore: seduce perché soddisfa il nostro faustiano bisogno di conoscere. Ci consente di gettare lo sguardo sul nostro volto (almeno per analogia), quel volto che altrimenti ci sarebbe il più straniero di tutti, e soprattutto ci consente di affacciarci su un mondo diverso: il mondo capovolto, il mondo degli opposti. Per la cultura popolare, il mondo capovolto coincide sempre con il grottesco, con la carnevalizzazione. Ma per uno scrittore sapienziale come Borges il mondo capovolto apre anche alle possibilità non realizzate, agli universi paralleli della moderna cosmologia, alla verità della filosofia, alla realtà della semantica (o almeno dei segni).
Anche le parole, come le immagini allo specchio, ingannano e seducono, per Borges la letteratura è «falsificazione di falsificazioni». Come Narciso, siamo condannati a pensarci attraverso strumenti deformanti, che ci restituiscono un’immagine di noi stessi nella quale non possiamo mai riconoscerci appieno.
Le parole, come le immagini dello specchio, non esistono solo in quanto riflesso, non sono un nulla, sono a loro volta realtà: un acquisto di realtà, una moltiplicazione inesauribile della realtà. Nell’opera di Borges la realtà non è mai qualcosa di dato: una cristallizzazione di eventi che si possono cogliere una volta per tutte in una funeraria e ideologica identità.
Nell’opera di Borges, la realtà (la vita) si fa, si moltiplica attraverso le parole e gli specchi. Si apre all’infinito, come aprono all’infinito due specchi collocati l’uno di fronte all’altro o un numero periodico.
Forse, anche il tempo in Borges è un prodotto delle parole e degli specchi, e cioè è qualcosa che non trascorre, qualcosa di non separabile oppure di separabile solo arbitrariamente, qualcosa che è sempre disponibile e percorribile a piacere, in avanti e indietro, in un eterno dionisiaco modificare e modificarsi.
Srive Borges in "Finzioni" :"Gli specchi e la copula sono abominevoli per l'universo perchè moltiplicano l'uomo".
Nella poesia Los espejos, Gli specchi l'ultima strofa recita:"Dios ha creado las noches que se arman / de sueños y las formas del espejo / para que el hombre sienta que es reflejo / y vanidad. Por eso nos alarman."
(Dio ha creato le notti popolate / di sogni e le parvenze dello specchio / affinché l’uomo senta che è riflesso/ e vanità. Per questo ci spaventano).

Mi chiedo allora cosa vediamo esattamente riflesso negli specchi?
Il nostro volto, il nostro aspetto, segnati entrambi dalle esperienze, dagli stati d’animo, dalle malattie: in una parola, dal divenire? Vediamo un’immagine che si rivela veritiera, e per questo in potenza spaventosa?: ma non è questo lo stesso meccanismo che si innesca allorché si ha di fronte a sé un’opera letteraria?
Non è a volte la sensazione di vedere esplicitati i più reconditi nostri sogni, le più celate paure, i più smisurati desideri a permettere l’identificazione nel testo e a stabilire la formula della lettura empatica, presupposto ideale della lettura?
Nella poesia di Borges La Felicità c'è un verso inquietante secondo me: "Nello specchio c’è un altro che spia". Queste parole sembrano suggerire una scissione schizoide dell’identità ormai irrimediabile: una lacerazione oramai divenuta frattura, e frattura insanabile.
L’ego non riconosce il suo stesso riflesso nello specchio: e in un certo senso la creatura che vive nello specchio non può riconoscere chi abbia di fronte a sé. La natura della realtà è l’indagine prima della verità: in questo verso si annuncia una sconfitta, e una sconfitta insolubile, per giunta. Non si ha più certezza d’esser reali, né si può asserire di riconoscersi perfettamente nella propria immagine riflessa in uno specchio. Intimorisce questo?
Se l’uomo è lo specchio infranto del dio perduto, se nello specchio c’è un altro che ci spia, allora a nulla vale avere pretese di verità e di controllo della realtà.
L’uomo allora può incappare nell’errore di smarrire la consapevolezza di essere riflesso e vanità: lo specchio è lo strumento perfetto per evitare che ciò avvenga

martedì 21 aprile 2009

Mitopoiesi


(La dama e l'unicorno)


Ciò che ci obbliga a considerare il mito con un'attenzione e un rispetto assai maggiore di quanto non avvenisse un tempo è che nel mito è racchiusa una verità che, anche se non scientifica in senso stretto e avvolta anzi in una storia dai tratti fantastici, si rivela piena e perfetta; non contraria e ostile, ma superiore a quella della scienza. Così a proposito della nascita della vita, il mito, che Foscolo canta nel suo sonetto "A Zacinto" :

"...l'onde del greco mar, da cui vergine nacque
Venere e fea quelle isole feconde
col suo primo sorriso..."

narra che, al sorriso della dèa, emergente dalle acque del mare, la terra rispose in una sorta di amoroso omaggio facendo nascere alberi, fiori, frutti. Venere-bellezza-mare-sorriso è dunque l'aerchetipo primigenio della vita. Da piccola questo mito mi affascinava molto,e imparai ad associarlo all'immagine morbida e feconda di Botticelli. La sua nascita dall'acqua è presetata come un prodigio e allo stesso modo un miracolo:la comparsa della vita.
Penso che Tolkien sia stato un grande cantore dei nostri tempi, un po' come Omero o Virgilio lo furono nell'Antichità, colui che più recentemente ha contribuito alla mia riscoperta del mito.

La sua Opera non è definibile soltanto come epica, ma anche e soprattutto come visione cosmogonica abbracciante tutti gli aspetti della vita, dai più sottili ai più semplici e contingenti.
La Musica degli Ainur, in Quenya Ainulindalë, è il primo capitolo del Silmarillion, una collezione di storie mitologiche immaginarie redatta da J.R.R. Tolkien e pubblicata postuma da suo figlio, Christopher Tolkien. Come parte del ciclo della Terra di Mezzo di Tolkien, la Musica degli Ainur gioca un ruolo fondamentale nella sua cosmogonia, rappresentando in tutto e per tutto la storia della creazione.
L'Ainulindalë è la melodiosa espressione dell'essenza di Eru Ilúvatar il Creatore e degli Ainur suoi figli, che prese forma nella visione del mondo di Eä e del dipanarsi delle sue vicende, concretizzata in seguito da Ilúvatar mandandovi il Fuoco Segreto.
Inizialmente gli Ainur penetravano solo quella parte della mente di Eru da cui provenivano. Quando Eru disse loro di cantare essi cantavano separatamente, tranne alcuni piccoli gruppi. Ascoltandosi gli Ainur si comprendevano a vicenda, e giungevano ad una maggiore coesione.

Unico tra tutti, Melkor, potente fra gli Ainur, impegnato com'era a cercare il Fuoco Segreto per mettere in atto delle cose che gli appartenessero non cantava insieme agli altri né li ascoltava. In questo modo, nella solitudine Melkor sviluppò idee diverse da quelle di Eru.

Ad un certo momento Eru chiamò a sè tutti gli Ainur, ed espose loro un grande Tema musicale, chiedendo loro di farne un grande Canto corale in cui ognuno vi avrebbe aggiunto qualcosa secondo la propria personalità e creatività. Eru istruì gli Ainur affinché le parole e la melodia della Musica rispettassero la sua idea del mondo. Quando la Grande Musica si innalzò, per la prima volta gli Ainur cantarono tutti insieme in armonia.

Tuttavia, Melkor vi introdusse modifiche personali che risultarono essere cacofonie e alterare l'armonia. Sentivo in testa mentre leggevo, questa sinfonia polifonica, potente e ad un certo punto dissonante... un capitolo maestoso e poetico, non c'è che dire.
Molti Ainur ne furono costernati, smettendo di suonare, mentre altri incominciarono ad accordare la propria musica a quella di Melkor, sebbene la stragrande maggioranza degli Ainur continuò a perseverare nel proprio canto iniziale. La realizzazione delle dissonanze di Melkor sono le molteplici forme del Male: "Per mezzo suo, nello scontro fra le musiche soverchianti sono sorti dolore e sofferenza; la confusione dei suoni ha visto nascere la crudeltà, il saccheggio, le tenebre, il fango disgustoso e ogni marciume nei pensieri e nelle cose, foschie putride e fiamme violente, il freddo senza pietà e la morte priva di speranza".
Tuttavia, neppure Melkor poteva essere contrario ai voleri dell'Uno, e infatti la sua competizione con i temi di Eru in un certo senso arricchì la creazione: per esempio, quando Ulmo immaginò le acque, Melkor tentò di distruggerle con immenso calore ed immenso freddo, ma in questo modo non fece altro che originare le nuvole e il ghiaccio.

Suddiviso in cinque libri, una sorta di “pentateuco moderno”, il Silmarillion non è né un romanzo né una favola, ma un’opera unica nel suo genere, forse l’unico tentativo coerente (e di valore solidamente letterario) di costruire un edificio mitico contemporaneo. Questo edificio che nelle sue componenti traeva origine dalla sconfinata cultura nordica e indoeuropea avrebbe dovuto fornire quel retroterra di miti e leggende che al mondo anglosassone mancavano eccezion fatta solo per i miti postmedievali del ciclo di Camelot, Avalon, Excalibur e Re Artù, comunque di radice continentale e cristiana. Tolkien invece, percorrendo al contrario le rotte di colonizzazione delle isole oltre la manica entra in contatto con la mitologia di matrice normanno-scandinava, la quale però completamente rimodernata e sistematizzata dalla feconda fantasia dell’autore trasfigura fino a diventare un corpus mitologico completamente altro e originale che possiamo ora chiamare con più coscienza una grande cosmogonia contemporanea.

La scienza in epoca abbastanza recente, conferma la verità compresa nel mito, ma non ne ha il fascino, la pofondità, la poesia.
La sua verità, esatta, è tuttavia parziale, rispetto a quella del mito, la cui narrazione, di suo, trasmette non solo la storia delle origini della vita, ma anche il suo rapporto con il divino, col mistero, col sacro e perfino l'incantato stupore con cui il primo uomo creato dovette contemplare le bellezze della natura.
La scienza non può fare altrettanto perchè parla alla ragione, mentre il mito parla all'anima.
E così il mito, notissimo che più ha toccato me come tante altre donne... del musico Orfeo, che scende agli inferi per amore della sua Euridice morta e che la recupera per riperderla per sempre, rappresenta non solo ogni vicenda ciclica di vita-morte- ressurezione /trasformazione, ma anche la sublime forza dell'amore che può vincere la morte stessa, se solo osasse non dubitare si sé e mantenersi folle fino alla temerarietà, senza cedere alle insidie delle ragione che, valutando ed esitando, affievolisce la forza e appanna la vista perfetta.
Ecco perchè pittura, scultura, balletto, cinema, poesia - tutte le arti, insomma non cessano di riesplorare e reinterpretare il mito.
Nel mito si cela qualcosa che è insieme eterno e indefinito, mentre la conquista della scienza, legata al relativo, è insieme definita e transitori,effimera.
Cesare Pavese affermava che il mito è una storia raccontata una volta per tutte; che è anzi, la storia in assoluto.

domenica 29 marzo 2009

Finzione...


Domenica pomeriggio, fuori diluvia (non è una novità).
Il sottofondo della pioggia e la luce soffusa della mia calda camera sono un invito al viaggio...
Si può viaggiare mentre si sprofonda su una comoda poltrona sorseggiando un tè caldo, in pigiama per giunta?
Io direi di si....
Il luogo di oggi da scoprire è una biblioteca particolare.
Mmm...reclino il capo e inizio a sentire l'odore di legno bruno, antico, privo di intarsiature, dalla struttura imponente e ieratica, odore di polvere che nella penombra impregna le pareti e affanna il respiro, un silenzio austero quasi inviolabile nella sua sacralità, codici e manoscritti massici che mi osservano da vari angoli relique gnostiche dimenticate, segni in cui si compendia, disperso e mutilato, il patrimonio culturale di un'intera civiltà. Di alcuni di essi mancano pagine, o interi periodi sono sbiaditi, questo mi turba. La loro frammentazione non lascia che brandelli di senso, i quali restano tuttavia la sola traccia per poter riappropriarsi del passato, anch'esso oscuro e misterioso. Scruto corridoi labirintici dal rigore ed eleganza geometrica. L'atmosfera è desolata.
Sono dentro questa biblioteca.
E' la biblioteca di Babele di Jorge Luis Borges:

L'universo (che altri chiama la Biblioteca) si compone d'un numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali, con vasti pozzi di ventilazione nel mezzo, bordati di basse ringhiere. Da qualsiasi esagono si vedono i piani superiori e inferiori, interminabilmente. La distribuzione degli oggetti nelle gallerie è invariabile. Venticinque vasti scaffali, in ragione di cinque per lato, coprono tutti i lati meno uno; la loro altezza, che è quella stessa di ciascun piano, non supera di molto quella d'una biblioteca normale. Il lato libero dà su un angusto corridoio che porta a un'altra galleria, identica alla prima e a tutte. A destra e a sinistra del corridoio vi sono due gabinetti minuscoli. Uno permette di dormire in piedi; l'altro di soddisfare le necessità fecali. Di qui passa la scala spirale, che s'inabissa e s'innalza nel remoto. Nel corridoio è uno specchio, che fedelmente duplica le apparenze. Gli uomini sogliono inferire da questo specchio che la Biblioteca non è infinita (se realmente fosse tale, perché questa duplicazione illusoria?) io preferisco sognare che queste superfici argentate figurino e promettano l'infinito... La luce procede da frutti sferici che hanno il nome di lampade. Ve ne sono due per esagono, su una traversa. La luce che emettono è insufficiente, incessante.

Come tutti gli uomini della Biblioteca, in gioventù io ho viaggiato; ho peregrinato in cerca di un libro, forse del catalogo dei cataloghi; ora che i miei occhi quasi non possono decifrare ciò che scrivo, mi preparo a morire a poche leghe dall'esagono in cui nacqui. Morto, non mancheranno mani pietose che mi gettino fuori della ringhiera; mia sepoltura sarà l'aria insondabile; il mio corpo affonderà lungamente e si corromperà e si dissolverà nel vento generato dalla caduta, che è infinta. Io affermo che la Biblioteca è interminabile. Gli idealisti argomentano che le sale esagonali sono una forma necessaria dello spazio assoluto o, per lo meno, della nostra intuizione dello spazio. Ragionano che è inconcepibile una sala triangolare o pentagonale. (I mistici pretendono di avere, nell'estasi, la rivelazione d’una camera circolare con un gran libro circolare dalla costola continua, che fa il giro completo delle pareti; ma la loro testimonianza è sospetta; le loro parole, oscure. Questo libro ciclico è Dio.) Mi basti, per ora, "ripetere la sentenza classica: «La Biblioteca è una sfera il cui centro esatto è qualsiasi esagono, e la cui circonferenza è inaccessibile».

A ciascuna parete di ciascun esagono corrispondono cinque scaffali; ciascuno scaffale contiene trentadue libri di formato uniforme; ciascun libro è di quattrocentodieci pagine; ciascuna pagina, di quaranta righe; ciascuna una riga, di quaranta lettere di colore nero. Vi sono anche delle lettere sulla costola di ciascun libro; non, però, che indichino o prefigurino ciò che diranno le pagine. So che questa incoerenza, un tempo, parve misteriosa. Prima d'accennare alla soluzione (la cui scoperta, a prescindere dalle sue tragiche proiezioni, è forse il fatto capitale della storia) voglio rammentare alcuni assiomi.

Primo: La Biblioteca esiste ab aeterno. Di questa verità, il cui corollario immediato è l'eternità futura del mondo, nessuna mente ragionevole può dubitare. L'uomo, questo imperfetto bibliotecario, può essere opera caso o di demiurghi malevoli; l'universo, con la sua elegante dotazione di scaffali, di tomi enigmatici, di infaticabili scale per il viaggiatore e di latrine per il bibliotecario seduto, non può essere che l'opera di un dio. Per avvertire la distanza che c'è tra il divino e l’umano, basta paragonare questi rozzi, tremuli sim­boli che La mia fallibile mano sgorbia sulla copertina d’un libro, con le lettere organiche dell’interno: puntuali, delicate, nerissime, inimitabilmente simmetriche.

Secondo: Il numero dei simboli ortografici è di venticinque (*). Questa constatazione permise, or sono tre secoli, di formulare una teoria generale della Biblioteca e di risolvere soddisfacentemente il problema che nessuna congettura aveva permesso di decifrare: la natura informe e caotica di quasi tutti i libri. Uno di questi, che mio padre vide in un esagono del circuito quindici novantaquattro, constava delle lettere M C V, perversamente ripetute dalla prima all’ultima riga. Un altro (molto consultato in questa zona) è un mero labirinto di lettere, ma l’ultima pagina dice Oh tempo le tue piramidi. E ormai risaputo: per una riga ragionevole, per una notizia corretta, vi sono leghe di insensate cacofonie, di farragini verbali e di incoerenze. (So d’una regione barbarica i cui bibliotecari ripudiano la super­stiziosa e vana abitudine di cercare un senso nei libri, e la paragonano a quella di cercare un senso nei sogni o nelle linee caotiche della mano... Ammettono che gli inventori della scrittura imitarono i venticinque simboli naturali, ma sostengono che questa applicazione è casuale, e che i libri non significano nulla di per sé. Questa affermazione, lo vedremo, non è del tutto erronea.)

Per molto tempo si credette che questi libri impenetrabili corrispondessero a lingue preterite o remote. Ora, è vero che gli uomini più antichi, i primi bibliotecari, parlavano una lingua molto diversa da quella che noi parliamo oggi; è vero che poche miglia a destra la lingua è già dialettale, e novanta piani più sopra è incomprensibile. Tutto questo, lo ripeto, è vero, ma quattrocentodieci pagine di inalterabili M C V non possono corrispondere ad alcun idioma, per dialettale o rudimentale che sia. Alcuni insinuarono che ogni lettera poteva influire sulla seguente, e che il valore di M C V nella terza riga della pagina 71 non era lo stesso di quello che la medesima serie poteva avere in altra riga di altra pagina; ma questa vaga tesi non prosperò. Altri pensarono a una crittografia; quest’ipotesi h stata universalmente accettata, ma non nel senso in cui la formularono i suoi inventori.

Cinquecento anni fa, il capo d’un esagono superiore (**) trovò un libro tanto confuso come gli altri, ma in cui v’erano quasi due pagine di scrittura omogenea, verosimilmente leggibile. Mostrò la sua scoperta a un decifratore ambulante, e questo gli disse che erano scritte in portoghese; altri gli dissero che erano scritte in yiddish. Poté infine stabilirsi, dopo ricerche che durarono quasi un secolo, che si trattava d’un dialetto samoiedo-lituano del guaranì, con inflessioni di arabo classico. Si decifrò anche il contenuto: nozioni di analisi combinatoria, illustrate con esempi di permutazioni a ripetizione illimitata. Questi esempi permisero a un bibliotecario di genio di scoprire la legge fondamentale della Biblioteca. Questo pensatore osservò che tutti i libri, per diversi che fossero, constavano di elementi eguali: lo spazio, il punto, la virgola, le ventidue lettere dell’alfabeto. Stabilì, inoltre, un fatto che tutti i viaggiatori hanno confermato: non vi sono, nella vasta Biblioteca, due soli libri identici. Da queste premesse incontrovertibili dedusse che Ia Biblioteca è totale, e che i suoi scaffali registrano tutte le possibili combinazioni del venticinque simboli ortografici (numero, anche se vastissimo, non infinito) cioè tutto cioè ch’è dato di esprimere, in tutte le lingue. Tutto: la storia minuziosa dell’avvenire, le autobiografie degli arcangeli, il catalogo fedele della Biblioteca, migliaia e migliaia di cataloghi falsi, la dimostrazione della falsità di questi cataloghi, la dimostrazione della falsità del catalogo autentico, l’evangelo gnostico di Basilide, il commento di questo evangelo, il commento del commento di questo evangelo, il resoconto veridico della tua morte, Ia traduzione di ogni libro in tutte le lingue, le interpolazioni di ogni libro in tutti i libri.

Quando si proclamò che la Biblioteca comprendeva tutti i libri, la prima impressione fu di straordinaria felicità. Tutti gli uomini si sentirono padroni di un tesoro intatto e segreto. Non v’era problema personale o mondiale la cui eloquente soluzione non esistesse: in un qualche esagono. L’universo era giustificato, l’universo attingeva bruscamente le dimensioni illimitate della speranza. A quel tempo si parlò molto delle Vendicazioni: libri di apologia e di profezia che giu­stificavano per sempre gli atti di ciascun uomo dell’universo e serbavano arcani prodigiosi per il sue futuro. Migliaia di ambiziosi abbandonarono il dolce esagono natale e si lanciarono su per le scale, spinti dal vano proposito di trovare la propria Vendicazione. Questi pellegrini s’accapigliavano negli stretti corridoi, profferivano oscure minacce, si strangolavano per le scale divine, scagliavano I libri ingannevoli nei pozzi senza fondo, vi morivano essi Stessi, precipitativi dagli uomini di regioni remote. Molti impazzirono... Le Vendicazioni esistono (io ne ho viste due, che si riferiscono a persone da venire, e forse non immaginarie), ma quei ricercatori dimenticavano che la possibilità cheun uomo trovi la sua, o qualche perfida variante della sua, è sostanzialmente zero.

Anche si sperò, a quel tempo, nella spiegazione dei misteri fondamentali dell’umanità: l’origine della Biblioteca e del tempo. E’ verosimile che di questi gravi misteri possa darsi una spiegazione in parole: se il linguaggio del filosofi non basta, la multiforme Biblioteca avrà prodotto essa stessa l’inaudito idioma necessario, e i vocabolari e la grammatica di questa lingua. Già da quattro secoli gli uomini affaticano gli esagoni.. Vi sono cercatori ufficiali, inquisitori. Li ho visti nell’eser­cizio della loro funzione: arrivano sempre scoraggiati parlano di scale senza un gradino, dove per poco non s’ammazzarono; parlano di scale e di gallerie con il bibliotecario; ogni tanto, prendono il libro più vicino e lo sfogliano, in cerca di parole infami. Nessuno, visibilmente, s’aspetta di trovare nulla.

Alla speranza smodata, com’è naturale, successe una eccessiva depressione. La certezza che un qualche scaffale d’un qualche esagono celava libri preziosi e che questi libri preziosi erano inaccessibili, parve quasi intollerabile. Una setta blasfema suggerì che s’interrompessero le ricerche e che tutti gli uomini si dessero a mescolare lettere e simboli, fine a costruire, per un improbabile dono del caso, questi libri canonici. Le autorità si videro obbligate, a promulgare ordinanze severe. La setta sparì, ma nella mia fanciullezza ho visto vecchi uomini che lungamente s’occultavano nelle latrine, con dischetti di metallo in un bossolo proibito, e debolmente rimediavano al divino disordine.

Altri, per contro, credettero che l’importante fosse di sbarazzarsi delle opere inutili. Invadevano gli esagoni, esibivano credenziali non sempre false, sfogliavane stizzosamente un volume e condannavano scaffali interi: al loro furore igienico, ascetico, si deve l’insensata distruzione di milioni di libri. Il loro nome è esecrato, ma chi si dispera per i "tesori" che la frenenesia di coloro distrusse, trascura due fatti evidenti. Primo: la Biblioteca è cosi enorme che ogni riduzione d’origine umana risulta infinitesima. Secondo: ogni esemplare è unico, insostituibile, ma (poiché Ia Biblioteca è totale) restano sempre varie centinaia di migliaia di facsimili imperfetti, cioè di opere che non differiscono che per una lettera o per una virgola. Contrariamente all’opinione generale, credo dunque che le conseguenze delle depredazioni commesse dai Purificatori siano state esagerate a causa dell’orrore che quei fanatici ispirarono. Li sospingeva l’idea delirante di conquistare i libri dell’Esagono Cremisi: libri di formato minore dei normali; onnipotenti, illustrati e magici.

Sappiamo anche d’un’altra superstizione di quel tempo: quella dell’Uomo del Libro. In un certo scaffale d’un certo esagono (ragionarono gli uomini) deve esistere un libro che sia la chiave e il compendio perfetto di tutti gli altri: un bibliotecario l’ha letto, ed è simile a un dio. Nel linguaggio di questa zona si conservano alcune tracce del culto di quel funzionario remoto. Molti peregrinarono in cerca di Lui, si spinsero invano nelle più lontane gallerie. Come localizzare il venerando esagono segreto che l’ospitava? Qualcuno propose un metodo regressivo: per localizzare il libro A, consultare previamente il libro B; per localizzare il libro B, consultare previamente il libro C; e cosi all’infinito… In avventure come queste ho prodigato e consumato i miei anni.

Non mi sembra inverosimile che in un certo scaffale dell’universo esista un libro totale (***); prego gli del ignoti che un uomo — uno solo, e sia pure da migliaia d’anni! — l’abbia trovato e l’abbia letto. Se l’onore e la sapienza e la felicità non sono per me, che siano per altri. Che il cielo esista, anche se il mio posto è all’inferno. Ch’io sia oltraggiato e annientato, ma che per un istante, in un essere, la Tua enorme Biblioteca si giustifichi.

Affermano gli empi che il nonsenso è normale nella Biblioteca, e che il ragionevole (come anche l’umile e semplice coerenza) è una quasi una miracolosa eccezione. Parlano (lo so) della "Biblioteca febbrile, i cui casuali volumi corrono il rischio incessante di mutansi in altri, e tutto affermano, negano e confondono come una divinità in delirio". Queste parole, che non solo denunciano il disordine, ma lo illustrano, testimoniano gene­ralmente del pessimo gusto e della disperata ignoranza di chi le pronuncia. In realtà, la Biblioteca include tutte le strutture verbali, tutte le variazioni permesse dai venticinque simboli ortografici, ma non un solo nonsenso assoluto. Inutile osservarmi che il miglior volume dei molti esagoni che amministro s’intitola Tuono pettinato, un altro Il crampo di gesso e un altro Axaxaxas mlo. Queste proposizioni, a prima vista incoerenti, sono indubbiamente suscettibili d’una giustificazione crittografica o allegorica; questa giustificazione e verbale, e però, ex hypothesi, già figura nella Biblioteca. Non posso immaginare alcuna combinazione di caratteri

dhcmrlchtj

che la divina Biblioteca non abbia previsto, e che in alcuna delle sue lingue segrete non racchiuda un terri­bile significato. Nessuno può articolare una sillaba che non sia piena di tenerezze e di terrori; che non sia, in alcuno di quei linguaggi, il nome poderoso di un dio. Parlare è incorrere in tautologie. Questa epistola inutile e verbosa già esiste in uno del trenta volumi del cinque scaffali di uno degli innumerabili esagoni e cosi pure la sua confutazione. (Un numero n di lingue possibili usa lo stesso vocabolario; in alcune, il simbolo biblioteca ammette la definizione corretta di sistema duraturo e ubiquitario di gallerie esagonali, ma biblioteca sta qui per pane, o per piramide, o per qualsiasi altra cosa, e per altre cose stanno le sette parole che la definiscono. Tu, che mi leggi, sei sicuro d’intendere la mia lingua?)

Lo scrivere metodico mi distrae dalla presente condizione degli uomini, cui la certezza di ciò, che tutto sta scritto, annienta o istupidisce. So di distretti in cui i giovani si prosternano dinanzi ai libri e ne baciano con barbarie le pagine, ma non sanno decifrare non sola lettera. Le epidemie, le discordie eretiche, le peregrinazioni che inevitabilmente degenerano in banditismo, hanno decimato la popolazione. Credo di aver già accennato ai suicidi, ogni anno più frequenti. M’inganneranno, forse, la vecchiezza e il timore, ma sospetto che la specie umana — l’unica — stia per estinguersi, e che ha Biblioteca perdurerà: illuminata, solitaria, infinita, perfettamente immobile, armata di volumi preziosi, inutile, incorruttibile, segreta.
Aggiungo: infinita. Non introduco quest’aggettivo per un’abitudine retorica; dico che non è illogico pen­sare che il mondo sia infinito. Chi lo giudica limitato, suppone che in qualche luogo remoto i corridoi e le scale e gli esagoni possano inconcepibilmente cessare; ciò che è assurdo. Chi lo immagina senza limiti, dimentica che e limitato il numero possibile dei libri. lo m’arrischio a insinuare questa soluzione: La Biblioteca è illimitata e periodica. Se un eterno viaggiatore Ia traversasse in una direzione qualsiasi, constaterebbe alla fine dei secoli che gli stessi volumi si ripetono nello stesso disordine (che, ripetuto, sarebbe un ordine: l’Ordine). Questa elegante speranza rallegra la mia solitudine (****).

1941, Mar del Plata


J.L. Borges, Finzioni.


Credo che la chiave per leggere il racconto sia nella parola con cui si apre:"L'universo (che altri chiamano la Biblioteca)": quindi la Biblioteca è l'immagine dell'universo, ciò che si dice di essa può essere trasferito alla totalità del reale. Vi è lo specchio che moltiplica le apparenze: è un mondo ambiguo in cui finzione e realtà si confondono (questo è un tema che mi affascina), sono indistinguibili.
Quest'universo appare infinito, ma l'infinità può essere illusoria.
Nelle righe finali si propone una soluziona al problema: il mondo-biblioteca è illimitato e periodico, si ripete sempre nello stesso "disordine".
Qundi è un mondo caotico, informe, insensato, che non significa nulla, un labirinto in cui ci si perde. La biblioteca infatti è di Babele, ciò evoca l'idea di confusione e di caos primigenio. Credo che Borges a questa conclusione non si arresti: c'è il bisogno in lui di trovare un ordine.C'è l'idea di essere sperduto nell'universo, di non comprenderlo, il desiderio di trovare una soluzione precisa, il sentimento di ignorare la vera soluzione.
Alcune sue affermzioni contraddicono l'idea del caos: la Biblioteca è Dio (infatti esiste ab aeterno, e se ne da una definizione analoga a quella che i teologi medioevali davano della divinità "un cerchio che ha il centro ovunque e la circonferenza da nessuna parte"); c'è una legge combinatoria che prediede al reale, per cui tutto è implicito nella combinazione di pochi elementi finiti (nella metafora della biblioteca e del libro, le vetidue lettere dell'alfabeto).
Nell'arte combinatoria c'è la speranza di trovare il segreto ultimo, l'origine del mondo e del tempo. Non esiste il nonsenso assoluto: anche la combinazione più bizzarra di elementi può contenere un senso. Il disordine, ripetendosi periodicamente, può dvenire ordine. "Gli stessi volumi si ripetono nello stesso disordine(che, ripetuto sarebbe un ordine: L'Ordine)".
Però questa ricerca del senso ultimo, della soluzione dell'enigma, è rimasta vana, e forse l'umanità si estinguerà prima che si possa giungere al fine, lasciando il mondo-biblioteca deserto e perfettamente inutile.
Insomma forse uno dei grandi temi di questo racconto è alla fine l'antitesi ordine/disordine, senso/insensatezza del mondo.
Mi chiedo ma la conocenza, dopo aver catalogato tutta la realtà conoscibile, deve arrestarsi alle soglie del mistero e di fronte al problema dei destini ultimi dell'uomo? Dobbiamo rinchiuderci in noi stessi, in una coscienza che continua a interrogarsi, inquieta, sul mistero che circonda le cose,sullo svanire della vita, sul legame indecifrabile che unisce il tempo all'eternità?
Forse è inutile interrogarsi, o forse no.
Ma nel frattempo come ha detto Umberto Eco: " Di ciò di cui non si può teorizzare, si deve narrare".