The mask and the mirror

sabato 8 novembre 2008

Libertà




Sui miei quaderni di scolaro
Sui miei banchi e sugli alberi
Sulla sabbia e sulla neve
Io scrivo il tuo nome

Su tutte le pagine lette
Su tutte le pagine bianche
Pietra sangue carta cenere
Io scrivo il tuo nome

Sulle dorate immagini
Sulle armi dei guerrieri
Sulla corona dei re
Io scrivo il tuo nome

Sulla giungla e sul deserto
Sui nidi sulle ginestre
Sull'eco della mia infanzia
Io scrivo il tuo nome

Sui prodigi della notte
Sul pane bianco dei giorni
Sulle stagioni promesse
Io scrivo il tuo nome

Su tutti i miei squarci d'azzurro
Sullo stagno sole disfatto
Sul lago luna viva
Io scrivo il tuo nome

Sui campi sull'orizzonte
Sulle ali degli uccelli
Sul mulino delle ombre
Io scrivo il tuo nome

Su ogni soffio d'aurora
Sul mare sulle barche
Sulla montagna demente
Io scrivo il tuo nome

Sulla schiuma delle nuvole
Sui sudori dell'uragano
Sulla pioggia fitta e smorta
Io scrivo il tuo nome

Sulle forme scintillanti
Sulle campane dei colori
Sulla verità fisica
Io scrivo il tuo nome

Sui sentieri ridestati

Sulle strade aperte
Sulle piazze dilaganti
Io scrivo il tuo nome

Sul lume che s'accende
Sul lume che si spegne
Sulle mie case raccolte
Io scrivo il tuo nome

Sul frutto spaccato in due
Dello specchio e della mia stanza
Sul mio letto conchiglia vuota
Io scrivo il tuo nome

Sul mio cane goloso e tenero

Sulle sue orecchie ritte
Sulla sua zampa maldestra
Io scrivo il tuo nome

Sul trampolino della mia porta
Sugli oggetti di famiglia
Sull'onda del fuoco benedetto
Io scrivo il tuo nome

Su ogni carne consentita
Sulla fronte dei miei amici
Su ogni mano che si tende
Io scrivo il tuo nome

Sui vetri degli stupori

Sulle labbra intente
Al di sopra del silenzio
Io scrivo il tuo nome

Su ogni mio infranto rifugio
Su ogni mio crollato faro
Sui muri della mia noia
Io scrivo il tuo nome

Sull'assenza che non desidera
Sulla nuda solitudine
Sui sentieri della morte
Io scrivo il tuo nome

Sul rinnovato vigore
Sullo scomparso pericolo
Sulla speranza senza ricordo
Io scrivo il tuo nome

E per la forza di una parola
Io ricomincio la mia vita
Sono nato per conoscerti
Per nominarti
Libertà.

Paul Eluard

Le vent nous portera

Ecco una canzone adatta a questa serata.
Una delle più belle canzoni francesi dei Noir Desir.
Mi evoca una nostalgia indefinibile, non so neanch'io bene di cosa...
forse della mia infanzia.
"Le vent nous porterà " è un mantra consolatorio.






Je n'ai pas peur de la route
Faudrait voir, faut qu'on y goûte
Des méandres au creux des reins
Et tout ira bien

Le vent nous portera

Ton message à la grande ourse
Et la trajectoire de la course
A l'instantané de velours
Même s'il ne sert à rien

Le vent l'emportera
Tout disparaîtra
Le vent nous portera

La caresse et la mitraille
Cette plaie qui nous tiraille
Le palais des autres jours
D'hier et demain

Le vent les portera

Génétique en bandoulière
Des chromosomes dans l'atmosphère
Des taxis pour les galaxies
Et mon tapis volant dis?

Le vent l'emportera
Tout disparaîtra mais
Le vent nous portera

Ce parfum de nos années mortes
Ceux qui peuvent frapper à ta porte
Infinité de destin
On en pose un, qu'est-ce qu'on en retient?

Le vent l'emportera

Pendant que la marée monte
Et que chacun refait ses comptes
J'emmène au creux de mon ombre
Des poussières de toi

Le vent les portera
Tout disparaîtra mais
Le vent nous portera





Il Vento Ci Guiderà



non ho paura della strada
si vedrà, bisogna apprezzare
la parte oscura delle nostre emozioni
e tutto andrà bene

il vento ci porterà

il tuo messaggio all'orsa maggiore
e la traiettoria del viaggio
Un istantanea di velluto
anche se non serve a niente

Il vento la porterà via
Tutto sparirà ma
il vento ci porterà

La carezza e la mitraglia
Questa piaga che ci affligge
il palazzo degli altri giorni
di ieri e di domani

il vento li porterà

genetica in balia
dei cromosomi nell'atmosfera
taxi per le galassie
e il mio tappeto volante?

il vento lo porterà via
Tutto sparirà ma
il vento ci guiderà

questo profumo dei nostri anni morti
quelli che possono bussare alla tua porta
l'infinità del destino
Ne abbandoniamo uno, che cosa ci resta?

il vento porterà via tutto

mentre si alza la marea
e tutti rifanno i propri conti
io mi ritrovo al centro della mia ombra
ceneri di te

il vento le porterà
Tutto sparirà ma
il vento ci guiderà

mercoledì 22 ottobre 2008

Il telaio incantato...




100 miliardi di neuroni nella capoccia...il substrato fisico della mente

suggestioni di somiglianza....



il cervello






l'universo...

Piccole psicosi della vita quotidiana....


Chinaski è uno dei più talentuosi blogger della blogosfera italiana, diciamo pure che è un grande scrittore che pubblica, per nostra fortuna, in rete.
Il caso vuole che Chinaski parli spesso di "paturnie psicologiche", di ipocondrie, di piccole manie.
Nel suo ultimo post Chinaski descrive il disturbo ossessivo-compulsivo come nessun DSM IV e nessun manuale per addetti ai lavori potrà mai fare :)

"Ho dato una scorsa al manuale di psichiatria di Ema mentre Ema era in bagno e mi sono autodiagnosticato al volo una mezza dozzina di disturbi nemmeno molto preoccupanti. I più simpatici e comuni sono quelli lì: controllare la chiusura del rubinetto del gas prima di uscire di casa. Sei già pronto con la giacca, le scarpe, la porta di casa aperta. Hai spento tutto quello che poteva essere spento. Ma non solo. Hai spento il televisore e poi hai staccato la spina dalla presa di corrente. Perché sei completamente matto, ricordi? E infatti hai anche allontanato la spina staccata dalla presa nel muro e da qualsiasi materiale infiammabile, perché anche se non lo racconti a nessuno e non lo ammetti neppure di fronte a te stesso, sotto sotto pensi che la spina potrebbe aver conservato una scintilla di elettricità che farà contatto un istante dopo (perché dovrebbe? Perché gli oggetti ti odiano) che avrai girato i tacchi sul pianerottolo e farà incendiare il mobiletto di legno del soggiorno e tutto andrà a fuoco, andrà a fuoco e andrà perduto, mentre tu starai guardando il film al cinema, ignaro, e una catena di esplosioni distruggerà la casa e spazzerà via nugoli di vite innocenti e sarà tutta colpa tua, tutta colpa tua, tutta col… Così ti assicuri che il rubinetto sia ben chiuso. Ecco. E poi esci, e prima di uscire dai un’ultima occhiata generica e provi un senso di generale rilassatezza notando che è tutto tranquillo, tutto chiuso, tutto buio e in perfetto silenzio. No, nessuna scimmia impazzita sta sfilando i cavi elettrici dallo scaldabagno. Su, esci tranquillo. Finalmente te ne vai. Sali in macchina, metti in moto, arrivi al semaforo, attendi fischiettando e, quando viene il verde, parti, pensando alla serata, e una curva dopo stai facendo inversione in mezzo a un’aiuola spartitraffico per tornare indietro perché sei convinto di aver lasciato aperto lo sportello del frigorifero".

Danza di molecole


Questa poesia è stata scritta da un fisico e riportata nel libro del neuroscienziato Vilayanur Ramachandran "Cosa sappiamo della mente". E' una poesia che parla dell’uomo e della sua grandezza in quanto essere pensante.


Da solo in riva al mare, comincio a pensare.

Ecco le onde scroscianti

montagne di molecole

ognuna ottusamente intenta ai fatti suoi

miliardi di miliardi lontane

eppure formano all’unisono spuma bianca



Ere su ere

prima di un occhio che potesse vederle

anni dopo anni

martellare possenti la riva come ora.

Per chi? Per cosa?

Su un pianeta morto

che non ospitava alcuna vita.



Senza requie mai

torturate dall’energia

prodigiosamente sprecata dal sole

riversata nello spazio.

Una briciola fa ruggire il mare.



Nel profondo del mare

tutte le molecole ripetono

l’altrui struttura

finchè se ne formano di nuove e complesse

ne creano altre a propria immagine

e inizia una nuova danza.



Crescono in dimensioni e complessità

esseri viventi

masse di atomi

DNA, proteine

danzano figure ancora più intricate.



Fuori dalla culla

sulla terra asciutta

eccolo

in piedi;

atomi con la coscienza

materia con la curiosità.



In piedi davanti al mare

meravigliato della propria meraviglia: io

un universo di atomi

un atomo nell’universo.



(Richard Feynman)

lunedì 20 ottobre 2008

Le Fabuleux d'Amélie

Grande Jean-Pierre Jeunet nel dipingerci questa storia tra il sogno e la realtà; siamo a Montmartre ma potremmo essere in qualsiasi altra città, basta volare un pò con la fantasia. Riesce a coniugare tecnica e poesia soprattutto nelle scene in cui la protagonista è in primo piano ed il sogno si anima dietro le sue spalle.Un film con un'atmosfera tutta sua. Epifania di colori vividi, luminosità spiccate, inquadrature originali e personaggi bizzarri, impreziosito da una sceneggiatura divertente.Le musiche composte da Yann Tiersen sono vitalità e bellezza.
Questo film è assolutamente poesia, in tutto.

Dolcissimo, raffinato, delicatissimo acuto, spiazzante, romantico, postmoderno.
Sarebbe bello ogni tanto vedere il mondo con gli occhi di Amelie, cogliere le piccole cose che di solito sfuggono, e trarne piacere, con quello sguardo furbetto, quel sorrisino beffardo.












martedì 14 ottobre 2008

Quando accade....

A me m'ha sempre colpito questa faccenda dei quadri. Stanno su per anni, poi senza che accada nulla, ma nulla dico, fran, giù, cadono. Stanno lì attaccati al chiodo, nessuno gli fa niente, ma loro a un certo punto, fran, cadono giù, come sassi. Nel silenzio più assoluto, con tutto immobile intorno, non una mosca che vola, e loro, fran. Non c'è una ragione. Perché proprio in quell'istante? Non si sa. Fran. Cos'è che succede a un chiodo per farlo decidere che non ne può più? C'ha un'anima, anche lui, poveretto? Prende delle decisioni? Ne ha discusso a lungo col quadro, erano incerti sul da farsi, ne parlavano tutte le sere, da anni, poi hanno deciso una data, un'ora, un minuto, un istante, è quello, fran. [...] È una di quelle cose che è meglio che non ci pensi, se no ci esci matto. Quando cade un quadro. Quando ti svegli un mattino, e non la ami più. Quando apri il giornale e leggi che è scoppiata la guerra. Quando vedi un treno e pensi io devo andarmene da qui. Quando ti guardi allo specchio e ti accorgi che sei vecchio. Quando, in mezzo all'Oceano, Novecento alzò lo sguardo dal piatto e mi disse: "A New York, fra tre giorni, io scenderò da questa nave". Ci rimasi secco. Fran.

"Novecento" Baricco

domenica 5 ottobre 2008

Tic,tac, Tic, tac


Tic, tac, Tic ,tac.

Metallico, continuo e martellante, per me è proprio insopportabile il ticchettio della sveglia, che scandisce i secondi inesorabilmente nel silenzio della notte.
In confronto il gocciolare del lavandino è musica per le mie orecchie.
Quel ticchettio mi sembra un monito austero al tempo che non si arresta,che scorre vorticoso, implacabile. Ogni ticchettio è un secondo in meno da dedicare al mio sonno ,alla mia calda tana del ristoro sotto il morbido piumone. Prendo quell'arnese infernale e rumoroso e lo rinchiudo nella profondità del cassetto, ora va meglio.
Forse si sarà capito che non ho proprio un ottimo rapporto con il tempo...
Guardo spesso l'orologio e provo una sensazione di gelo e inadeguatezza, devo fare 1000 cose. È già tardi, non ce la farò mai, sbrigati, alzati che perdi per un minuto l'autobus (il mio passa sempre in anticipo è ma possibile?),alle 9 vai a lezione, poi mangia al volo, studia, pulisci casa, esci a fare compere, ritorna studia...e cosi vià...scadenze su scadenze e incombenze.
Mi sento spesso in ritardo rispetto a quelle impeccabili lancette così perfette e penso che la nostra giornata dovrebbe durare il doppio per fare tutto, non riesco a stare dietro a questi ritmi. Da piccola ti insegnano che il tempo è prezioso, il tempo è denaro, e deve essere investito produttivamente, se programmi le cose è più sicuro...devi essere perfetta, mai in ritardo.
Da quando è cominciata questa mia corsa compulsiva contro il tempo?
Da quando ne sono diventata schiava?
Da quando ho iniziato a percepire il tempo così frantumato?
In fondo la misurazione e la percezione del tempo se ci pensiamo sono un artefatto umano, una costruzione mentale soggettiva arbitraria e convenzionale. Perchè non la vivo in questo modo e mi sento inadeguata, a disagio nel non rispettare ferreamente i tempi? Perchè questa rigidità?
Oggi è tutto misurabile con precisione, per ogni cosa si conosce un tempo opportuno, direi quasi normativo, il parametro standard.
Il tempo è forma di controllo, ritmo e sincronizzazione, elemento regolatore, unità di misura.
12 minuti e mezzo per cuocere nel tuo micronde il pollo precotto del fast food, 30 anni arriva l'ora in cui il tuo orologio biologico ti impone se sei donna di affrettarti a trovare un candidato per perpretare i tuoi geni e sfornare pargoletti,50 millisecondi il tempo che impiega una stimolo retinico visivo a raggiungere la tua corteccia ed essere elaborato come immagine, 2 minuti la durata di un orgasmo favoloso per un uomo, 16 minuti di onde desincronizzate del sonno rem,25 minuti il tempo che la tua lavatrice risciaqua i tuoi capi e rilascia l'ammorbidente, 80 battiti al minuto la contrazione del miocardio, 24 ore il tempo che un ovulo fertile può essere fecondato, 5 anni il tempo opportuno per laurearti, 12-15 mesi perchè un neonato pronunci la sua prima parola, 10 milioni di anni il tempo di vita di una supernova...
Ci chiediamo mai quali sono i nostri tempi, il tempo interiore come intendeva S. Agostino?
Ascoltiamo i nostri tempi? Il tempo ontologico ?Vi prestiamo orecchio? Sappiamo riconoscerli?
Riusciamo a fermarci e uscire dal tempo standardizzato, codificato, cristallizzato, a seguire il filo della matassa dei ricordi, della memoria, dell'immaginazione? A staccarci per un attimo dall'immanenza dell'hic et nunc?



Secondo Heidegger l'esserci (Dasein) dell'uomo, inteso come riferimento costante di questi all'essere, esperisce l'esistenza innanzitutto e perlopiù in una condizione deiettiva, ovvero si trova gettato nell'inautenticità, nel vano progettare, nel futile programmare incessante .Di questa condizione di inautenticità, propria della quotidianità composta di istanti privi di valore, l'esserci umano può tuttavia riprendersi, acquisendo la consapevolezza della finitezza della vita, che si mostra all'uomo nella sua unità come essere-per-la-morte. È a partire da questa decisione anticipatrice, che la temporalità ritrova il suo senso nella dimensione dell'attimo (in questo senso Heidegger sembra rifarsi al valore dell'attimo nella concezione dell'eterno ritorno proposta da Nietzsche); a partire da questo attimo fondamentale l'esistenza dell'uomo subisce una svolta di senso, che si realizza effettivamente nella modalità che Heidegger definisce della Cura, come aver-cura di sé stesso comprendendo la relazione profonda che lega in modo indissolubile l'esistenza umana alla temporalità

Quanto sarebbe bello ritrovere il contatto autentico del tempo attraverso la natura,la sua ciclicità di morte e rinascita,la sua saggezza moderata, i suoi profumi i suoi sapori i suoi ritmi sussurati e velati!
L'autunno lo associo al profumo del mosto, al sapore di funghi e frutti di bosco, al sentore di castagne calde arrostite e venature delle foglie dipinte di rosso, odore di terra bagnata
.L'inverno alla lana soffice, alla torta di mele,agli abeti, al camino scopiettante, alla bruma, alle zuppe fumanti, tabacco di pipa,alle sciarpe colorate, all'odore di naftalina, alla cioccolata calda.
La primavera alle rose,all'odore di zagara e gelsomino,alla fioritura dei mandorli.
L'estate alle cicale, ai costumi, ai gelati, al melograno, all'anguria, alla spiaggia, ai tramonti sanguigni, alla pelle abbronzata e salata, al giallo dei limoni e arancione degli agrumi, al basilico,alla citronella, alle stelle cadenti.
Il quadro temporale delle società pre-industriali risulta impostato direttamente sul tempo delle stagioni, esso dipende da ed è sottomesso all'ambiente naturale e ai suoi cambiamenti discreti.
Il tempo della tradizione appare fondato sul mito dell'eterno ritorno, pertanto risulta ciclico: giornaliero, mensile (lunare) e stagionale. La sua rappresentazione collettiva enfatizza il ripetersi della sequenza degli eventi fondamentali, la continuità del suo svolgimento con scarse perturbazioni e imprevisti. La durata della luce giornaliera definisce l'orario di lavoro e di riposo come pure la necessità di accudire il bestiame è specifica i tempi e, per certi aspetti, gli obblighi.
Il quadro temprale si specifica sulla prevedibilità dei tempi e su una certa “lentezza temporale” che rafforzano la stabilità dell'equilibrio della persona attraverso la sua inesorabile continuità: il tempo è assorbito giorno dopo giorno nel presente e nel ricordo del passato.
Il tempo è percepito come una forza naturale, potente, con un significato analogo a quello dei ritmi dell'orologio biologico, e più in generale della natura. Ogni evento è confermato dalla tradizione e il mancato rispetto dei tempi e dei modi equivale ad una trasgressione dell'ordine naturale, ad un'infrazione delle regole tramandate per cui ogni cosa deve essere fatta “a suo tempo” e “vi è un tempo per ogni cosa”. Il tempo e le stagioni appaiono così intrecciati da definire un ordine odificato che appare naturale e immodificabile in un dato spazio sociale e territoriale. Non c'è un vero tempo personale che si distacchi dall'adesione fiduciosa ai riti collettivi. Non ci si avvale di misuratori personali del tempo. Nell'anno Mille sono gli svegliatoi meccanici che usano i monaci nelle abbazie e conventi a ritmare i momenti di preghiera e lavoro sia nella comunità, che nelle famiglie e nella società civile. I riti e i tempi liturgici scandiscono tappe ricorrenti del tempo umano, anche se introducono un'idea di tempo irreversibile, lineare, ed escatologica. Successivamente il tempo si laicizza, ed il tempo di lavoro si definisce come nozione ed entità autonoma dalle stagioni e dalla liturgia ecclesiale. Il tempo si appresta a divenire uno strumento oggettivo, reificato, astratto, vivisezionale, standardizzato e parcellizzato, misurabile con precisione, prevedibile, scansionabile. Si sviluppa l'orologio meccanico e quello basato sul movimento del pendolo galileiano, l'oscillazione dei secondi è scandita da un : tic, tac, tic, tac.
Credo che il tempo all'interno, quello che accompagna affetti ed emozioni, vive nel corpo, ha caratteristiche opposte. Esso è multiplo e discontinuo; nell'esperienza soggettiva tempi diversi coesistono succedendosi, intersecandosi, sovrapponendosi. C'è un tempo ciclico come quello del mito e delle stagioni, in cui gli eventi ritornano identici a se stessi con poche varienti e si manifestano nel corpo, nelle emozioni, nei sogni come nei sintomi, immagini,ricordi.
Molti tempi esistono contemporaneamente, simultaneamente: il tempo è dunque continuamente reversibile.

Ciajkovskij ...ricordi di bambina

Nella mia enfanzia uno dei momenti magici per me era vedere fantasia della Disney...rimanevo incantata dal quel connubio di immagini, suoni, colori, lasciavo vagare l'immaginazione, fluttuare i pensieri. Alcune scene mi divertivano, altre mi ipnotizzavano, altre ancora mi inquietavano e non poco, tipo la scena finale con toccata e fuga in do minore per organo di Bach, dove si rappresentava un inferno quasi dantesco.
Per me bambina era tutto un mondo incantato,rispecchiavano la mia visione magica infantile delle cose, esorcizzando incubi inconsci,timori, inquietudini e nutrendo la mia curiosità d'onirico e fiabesco.
Ecco una delle mie scene preferite ancora oggi....
è poesia





venerdì 5 settembre 2008

Radici



La poesia proviene da una zona remota e magmatica dell’essere, come una sorta di intuizione-rivelazione, un epifania che procede per enigmi ed analogie. La parola pertanto perde i caratteri comunicativi per conservare solamente quelli evocativi, l'essenza, la verginità del linguaggio.
Caratteristica che distingue Quasimodo dagli altri ermetici è il suo linguaggio musicale, probabilmente ricavato dall’incontro coi grandi poeti greci di cui fu grande traduttore e «la tendenza a un discorso poetico più spiegato, legato al fluire della memoria».Come tanti altri intellettuali meridionali, Quasimodo sente l’allontanamento dalla terra natia come uno “strappo”, come un’esperienza traumatica che alimenterà però tanta parte della sua poesia». La rievocazione autobiografica non è però di stampo romantico bensì ermetico (gli ermetici proponevano una lirica spogliata di qualsiasi elemento autobiografico): nella sua pena legge la pena di tutti gli uomini.
Dato che domani parto voglio salutare la mia terra con questa poesia bellissima...



Strada di Agrigentum (da “Nuove Poesie”, 1938)


Là dura un vento che ricordo acceso
nelle criniere dei cavalli obliqui
in corsa lungo le pianure, vento
che macchia e rode l'arenaria e il cuore
dei telamoni lugubri, riversi
sopra l'erba. Anima antica, grigia
di rancori, torni a quel vento, annusi
il delicato muschio che riveste
i giganti sospinti giù dal cielo.
Come sola nello spazio che ti resta!
E più t'accori s'odi ancora il suono
che s'allontana verso il mare
dove Espero già striscia mattutino
il marranzano tristemente vibra
nella gola del carraio che risale
il colle nitido di luna, lento
tra il murmure d' ulivi saraceni.


È una delle mie poesie preferite di Quasimodo, la parola è nuda scavata nell'abisso dell'interiorità.
Fa riferimento anche alla Valle dei Templi di Agrigento, al ricordo dello splendore dei templi greci e il suono dello scaccia pensieri (marranzano) che si allontana largo verso il mare.
La poesia inizia con “Là” per enfatizzare il senso dell'indeterminatezza, paesaggi e cose sono come proiettati su una remota lontananza, la nostalgica rievocazione sottolineata dalla parola “ricordo” trova la sua forma più adatta nel musicale abbandono ai versi.
É come se il vento, quasi un fuoco trovasse alimento nelle criniere dei cavalli e le accendesse.
“obliqui” da il senso dello slancio, della corsa.
Il tempo corrodendo la pietra, l'arenaria, di cui sono fatte quelle statue, ne ha tolto la loro integrità, le ha colpite al cuore. Questi ruderi sparsi nei dintorni dei templi di Agrigento ispirano nella loro solennità mutilata dal tempo un senso di tristezza, fanno meditare sulla fine della civiltà antica.
L'anima del poeta è “antica” perché in essa, occupata tutta dal nostalgico amore per la sua isola, vive quasi il senso di questa millenaria storia; “grigia” perché incupita da delusione e solitudine, dalla sera che incombe sull'uomo. Quest'anima annusa avidamente il sentore del muschio che come una patina ha ricoperto le statue monumentali ( “giganti”) sospinti giù dal cielo.
Il poeta si accora ancora nel rievocare il suono del marranzano che viene portato dal vento, Espero è la brezza che soffia da ponente, nell'ora del tramonto. Nella mitologia greca Espero era il leggendario signore delle terre d'occidente, che secondo una tradizione, dopo essere salito sulle spalle di Atlante per vedere le stelle più da vicino, fu sorpreso da un uragano e scomparve. In sua memoria, venne dato il suo nome all'astro che compare per primo, alla sera, e che annuncia il tempo del riposo.
É toccante l'ultima immagine del marranzano malinconico, il suono è quasi un lamento che fa vibrare il contadino che sospinge il carretto ( un simbolo della tradizione siciliana,nelle sponde, nelle ruote e nella cassa, in ogni singolo pezzo che lo compone ci sono i colori, del sole siciliano, delle angurie di fuoco,dello zolfo, delle arance e dei limoni,del cielo e del mare,della lava dell'Etna e dei fichidindia. Nel suo complesso il carretto siciliano rappresenta una sintesi delle civiltà mediterranee che posero piede nell'isola: i colori Arabi,gli arabeschi Turco-Bizantini, i costumi greci,le “cianciane” le frange Spagnole. Osservandolo da vicino sembra di guardare e di toccare tutta la Sicilia con i panorami aspri e i suoi profumi misteriosi) che risale il colle al chiaro di luna tra il mormorio quasi un sibilo delle fronde degli ulivi saraceni.

lunedì 25 agosto 2008

Musica per l'anima



Possono delle note toccarci le corde pìù vulnerabili dell'anima e farci abbandonare inermi alle lacrime per l'emozione? Può la musica entrarci dentro con la sensualità veemente di un amante appassionato e scaldarci,eccitarci, sentirla pulsare dentro le vene e nelle nostre tempie? Può la musica lenire come un balsamo le stigmate sanguinanti dell'interiorità? Può farci viaggiare con la mente in luoghi e posti antichi pregni di storia e di magia? Può relgalarci il misticismo del mistero e dell'onirico? La musica può tutto questo?
Di una cosa sono certa: La musica di Loreena Mckennitt è tutto questo per me ed altro ancora...
La prima volta che ebbi l'occasione di vederla e sentirla suonare dal vivo fu l'anno scorso a Milano al teatro degli Arciboldi. Erano anni che attendevo questo momento, mi sentivo impaziente e trepidante come una bambina, ad un tratto le luci divengono soffuse...e vedo lei...
La chioma inconfondibile di quel rosso tipico irlandese,pelle bianca tratteggiata d'efelidi ,vestita con l'eleganza di una dama rinascimentale di altri tempi, le sue dita accarezzano l'arpa, la sua voce è vellutata e quasi sussurata, a tratti possente e lirica.

É una voce suadente, ricca di fascino...sento dentro di me qualcosa sciogliersi a cui non so dare un nome, affiorano i ricordi che lego alle sue canzoni, è come se tutto divenisse più sfumato, sfocato...il tempo rallentasse per un momento, chiudo gli occhi e mi abbandono a quella voce, lascio che impregni ogno parte di me, che mi pervada, che mi catturi totalmente, che mi entri dentro.Sono sua.
Ne sento l'eufonia, è suggestiva ed evocativa, ha qualcosa di ancestrale ed atavico.La sua figura è carismatica e magnetica tiene il palco lasciandoci tutti senza fiato.
Ho avuto l'occasione di assistere a Brescia al suo summer tour all'aperto in Piazza D'Uomo e di incontrarla di persona al termine del concerto, è stato indescrivibile.
Le origini della musica di Loreena sono di matrice celtica, e richiamano le ballate popolari e le tradizioni irlandesi, mettono in musica i poemi di W. Butler Yeats,di Blake, di Shakespeare
Il mio album preferito è “the mask and the mirror” un titolo pregno si simbolismi e rimandi che ho legato anche a questo blog.


“Ho imparato ad usare la storia panceltica, che va dal 500 avanti Cristo al presente, come trampolino creativo”, dice Loreena McKennitt. La musica che creo è il risultato del viaggio lungo quel sentiero e dell'assorbimento di varie tematiche ed influenze, che possono o meno essere di natura palesemente celtica. Con The Mask And Mirror ho cominciato il mio viaggio nella Galizia, l'angolo celtico della Spagna, e di lì mi sono spostata, proseguendo il mio pellegrinaggio storico e musicale. Ho volto lo sguardo avanti ed indietro attraverso la finestra della Spagna del quindicesimo secolo, attraverso i colori del Giudaismo, dell'Islam e del Cristianesimo, e sono stata attratta da un mondo affascinante: la storia, la religione e le influenze reciproche”
Un album auto prodotto che vanta una tavolozza esotica di strumenti dal violoncello alle uillean pipes (cornamuse irlandesi) dal dumbeg, al tabla all'oud,fisarmonica,fiddle, piano, arpa,viola, bodran,chitarra elettrica: sincretismo unico di classico, pop, folk, rock.

Il cd incorporai nfluenze spagnole, celtiche e marocchine, l'album segue sentieri ispiratori dall'Irlanda a Santiago de Compostella fino al Medio Oriente. Gli ambienti musicali dei poemi di San Giovanni della Croce e Shakespeare sono eclettici, originali e intrisi di ricche sonorità, inclusi i seducenti e drammatici “The Mystic's Dream” e “Marrakesh Night Market”.
Nei suoi viaggi, l'album, dice Loreena, esplora le domande che echeggiano nei secoli: “Chi era Dio? Cos'è la religione, cos'è la spiritualità? Cos'è stato rivelato e cos'è stato nascosto…e qual era la maschera e qual era lo specchio?”
Loreena conduce l'ascoltatore attraverso viaggi inediti. Segui la musica dall'antica Bisanzio ad un teatro di marionette in Sicilia, dall'isola rocciosa di Skellig Michael un tempo abitata da monaci irlandesi nel Medioevo, a Venezia con i viaggi di Marco Polo lungo la via della spezia e della seta, o dalla tragica narrativa di “The Highwayman” al tuono degli zoccoli attraverso il Caucaso e gli echi delle parole di Dante per Beatrice, ritrovate, inaspettatamente, in un viaggio in treno attraverso la Siberia, nell'odissea di Omero,alla ricerca dei sentieri più orientali dei Celti, dalle pianure della Mongolia al regno di Re Mida e l’Impero Bizantino dell'antica Isatanbul.

Lungo la strada, Loreena riflette sui concetti di casa, del viaggio in tutte le sue incarnazioni, della mescolanza incrociata che sottosta alla storia umana e dei nostri retaggi universali di conflitto e speranza, il tutto arricchito da testi che mescolano poetica metafisica, antichi miti e leggende popolari e misticismo medievale
La qualità aristocratica ed erudita della sua voce, trascina lontano in uno squarcio di universo magico immerso nei fiumi del tempo.

domenica 24 agosto 2008

polvere e onirico



bambina mia,
incedi scalza, leggera, lasciati condurre dalle note oscure e ipnotiche
che riecheggiano in questa sacralità silenziosa e inviolabile.
Remote e assordanti a tratti, svivola nella penombra malinconica, abbandonati a questa sinfonia voluttuosa e sacra.
Incedi esile bambina.
Svestiti, lascia che l'umido antico impregni la tua calda cute, la polvere affanni il tuo flebile respiro, le tue labbra si screpolino per il freddo,
il freddo anestetizza.
Madre notte ti culla nel suo utero caldo e insondabile, abbandonati all'eufonia ancestrale e rituale dei suoi sussuri ctoni, non aprire gli occhi, danza , danza.
Inerme, vulnerabile segui quel suono, setoso e struggente, presta orecchio alla fonte celata che ti fa trepidare, brividi di piacere e di paura guidano i tui piedi cerulei sul marmo freddo. Non riesci a fermarti, l'anima e le sue stigmate sanguinano, brami quel suono, lo attendi da sempre, ossessione febbrile pulsa nelle tue vene, liquor atavico bagna i tuoi ventricoli, offusca la tua fanciulezza d'onirico, ti sgomenta bramare così tanto queste note reverenziali, ignote e inesorabili ,conosciute da sempre,
incedi esile bambina,
il sonno pervade le tue membra stanche, morfeo ti stringe soffocandoti,
non ti curare di ciò esile bambina
incedi scalza, leggera, lasciati condurre dalle note oscure e ipnotiche,
lamento puerile, trama sonora di un funereo ricamo.

occhi ambrati


I fervidi innamorati e gli austeri dotti amano ugualmente,nella loro età matura,

i gatti possenti e dolci, orgogliodella casa, come loro freddolosi e sedentari.
Amici della scienza e della voluttà, ricercano il silenzio el'orrore delle tenebre;

l'Erebo li avrebbe presi per funebri corsieri se mai avesse potuto piegare

al servaggio la loro fierezza.
Prendono, meditando, i nobili atteggiamenti delle grandi sfingi allungate in fondo a solitudini, ùche sembrano addormirsi in un sogno senza fine:
le loro reni feconde sono pienedi magiche scintille e di frammenti aurei;

come sabbia.
Baudelaire